mercoledì, maggio 21, 2008
130 dollari al barile: troppo in fretta

Quello che sta succedendo, ASPO l'aveva previsto già da un pezzo. Ma devo confessare che gli aumenti dei prezzi degli ultimi tempi stanno prendendo di sorpresa anche me. I 130 dollari al barile sono arrivati con una rapidità impressionante. Non mi aspettavo che le cose cambiassero così in fretta.
Ho provato a interpretare la situazione sulla base di certi dati storici sulla produzione dell'olio di balena in un post che ho pubblicato la settimana scorsa su "the oil drum". Sembrerebbe che siamo di fronte a un'oscillazione violenta che potrebbe andare ancora molto in alto per poi precipitare insieme alla recessione dell'economia. Non si sa dove potrebbe arrivare: 150, 200 dollari al barile o anche di più. Oppure potrebbe crollare dando - per un breve periodo - l'illusione che il peggio è passato. Chi può dirlo?
Comunque la si voglia vedere, i prezzi stanno facendo il mestiere che ci si aspetta che facciano in un libero mercato. La produzione petrolifera è piatta ma le esportazioni sono in diminuzione a causa degli aumenti dei consumi interni dei paesi produttori. Se diminuisce l'offerta, i prezzi devono aumentare. Qualcuno deve stringere la cinghia e consumare meno.
La stretta alla cinghia, con i prezzi che vediamo, sembrerebbe piuttosto brutale: una cura dimagrante di quelle tipo "sette chili in sette giorni". Ma, ricordiamoci anche che, per fortuna, i 130 dollari al barile si riferiscono a un petrolio "convenzionale", un petrolio di carta che si scambia nelle varie borse petrolifere mondiali. Il petrolio quello vero, per ora nessuna raffineria lo ha pagato 130 dollari al barile. La benzina che compriamo, la plastica, i fertilizzanti e tutto quello che viene dal petrolio e che è oggi in vendita non hanno ancora risentito del balzo in avanti dei prezzi. Il colpo viene anche attutito da contratti a lungo termine che, per esempio, fanno le compagnie aree per assicurarsi carburante.
Però, se le cose rimangono così, alla fine le raffinerie dovranno comprare il petrolio a questi prezzi e passare gli aumenti ai loro clienti. A questo punto, molte cose non potranno sopravvivere. I viaggi aerei a buon mercato, per esempio. L'Alitalia potrebbe essere la prima vittima. Ma l'Alitalia potrebbe essere soltanto il "canarino della miniera" di tutta l'economia industriale italiana che è nata con il petrolio a basso prezzo e potrebbe non sopravvivere nelle nuove condizioni. Non sono solo i viaggi a Sharm el Sheik che sono in pericolo. E' tutto un modo di vivere al quale siamo abituati e che, fino ad ora, c'era sembrato il naturale ordine delle cose.
Può darsi che le cose si calmino e che il mercato ci dia un po' di respiro per prepararsi meglio. Ricordiamoci che, nonostante tutto, siamo oggi pur sempre al massimo storico mondiale della produzione petrolifera. La fine del petrolio è ancora lontana decenni e ancora per diversi anni potremo mantenere la produzione a livelli non diversi dagli attuali. Se non ci facciamo prendere dal panico, possiamo reagire. Ci sono soluzioni; purché abbiamo il coraggio di dominare il cambiamento e non - come abbiamo fatto fino ad ora - esserne dominati.
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martedì, maggio 20, 2008
L'Energia nucleare secondo Luigi Sertorio
Questo è un guest post di Luigi Sertorio autore, fra le altre cose, dell'interessantissimo libro "storia dell'abbondanza" e il recente " Cento watt per il prossimo miliardo di anni.
Luigi Sertorio
Dipartimento di Fisica Teorica
Università di Torino
sertorio@to.infn.it
Marzo 2008
Le risorse naturali si dividono innanzitutto in due categorie: risorse di miniera e risorse di flusso. Esempi della prima categoria sono per esempio il marmo, i diamanti, i metalli preziosi. L'esempio più importante della seconda categoria è l'acqua che scorre continuamente dalle montagne a valle e può essere usata per bere, o lavare, o altre attività, tanto che gli insediamenti umani continentali si sono sviluppati accanto a un torrente o fiume o lago. Quella che non fluisce come torrente cade come pioggia e così sostiene il rifornimento, accoppiandosi all'anidride carbonica, della vita fotosintetica.
Le risorse energetiche sono un sottocaso delle risorse naturali e si dividono anch'esse in miniera e flusso. Sono quelle risorse dalle quali si può ottenere energia sotto forma di lavoro utilizzabile. Queste parole appartengono alla termodinamica, che ha insegnato a distinguere fra tre forme di energia: energia interna, calore e lavoro. La termodinamica nasce fra la fine del Settecento e l'Ottocento. Si noti che l'energia sotto forma di lavoro è importante per tutti gli organismi viventi. Ogni organismo ha un metabolismo, consuma energia solo per il fatto di vivere, ma in più esercita un lavoro sull'esterno. Il leone corre per acchiappare la preda e la preda corre per sfuggire. Entrambi sono macchine capaci di dare lavoro esterno, che viene messo in opera in maniera intermittente a differenza del metabolismo che è uniforme e costante. La media del lavoro esterno, calcolata sull'arco della giornata, è una piccola percentuale dell'energia consumata nel metabolismo.
L'uomo è speciale perché sa costruire motori che gli servono per amplificare le sue attività esterne, facendo tante cose che gli altri animali non sanno fare. La teoria dei motori termici nasce con il fisico Carnot (1796-1832); prima di lui c'erano i motori eolici, le navi a vela e i mulini a loro volta azionati dal flusso solare. Osserviamo incidentalmente che oggi si parla di energia solare come novità, ma è proprio questa la prima forma di risorsa energetica di flusso che l'uomo ha imparato a usare, e fin dai tempi più antichi.
I motori termici necessitano di un combustibile, che nell'atto della combustione genera energia sotto forma di calore, poi il motore termico trasforma una certa percentuale del calore in energia sotto forma di lavoro. Il rendimento è il rapporto fra lavoro e calore ed è un numero sempre minore di uno. Questo è un concetto che discende dai principi fondamentali della fisica (ciclo ideale e teorema di Carnot). Il rendimento è basso, vicino a zero, se la temperatura di combustione è vicina alla temperatura dell'ambiente (la temperatura media della superficie terrestre, per fissare le idee). E' alto, vicino a uno, se la temperatura di combustione è molto più alta della temperatura ambiente. Quindi la combustione ad altissima temperatura è pregiata. Per cominciare, però, occorre sempre avere l'energia generata dalla combustione. Se prendiamo come unità l'energia erogata da una reazione chimica si trova che l'energia erogata da una reazione nucleare del tipo fissione è un milione di volte più grande, se è del tipo fusione è dieci milioni di volte più grande.
Ciò premesso passiamo a considerare i motori. Partendo dal petrolio si possono fare motori a pistoni delle più svariate dimensioni e potenze: dallo scooter alla nave da guerra. Con le turbine si possono azionare oltre alle grandi navi anche i generatori elettrici e alimentare le reti elettriche delle città. I motori a combustibile chimico sono dunque flessibili: non solo possono essere costruiti per erogare tutte le potenze che si vogliono, ma possono essere accesi e spenti a volontà. Il motore alternativo azionato dalla combustione nucleare sarebbe bello e, come visto sopra, efficientissimo secondo Carnot, ma non può esistere, perché ogni atto di combustione nucleare eroga energia ad altissima temperatura, temperatura incompatibile con l'esistenza della struttura del motore stesso. Nelle esplosioni nucleari a fissione o fusione si hanno appunto codeste temperature, ma chiaramente non si possono fare motori che ad ogni ciclo del pistone usassero una piccolissima bomba atomica; sarebbe una meraviglia, sarebbe l'analogo della fase di scoppio dei motori d'automobile, che sono astutissimi, ma non è cosa realizzabile per il semplice motivo che tale motore sarebbe vaporizzato ad ogni atto di esecuzione del ciclo.
Dunque occorrono "reattori", cioè macchine nelle quali con artifici di ingegneria si controlla la combustione nucleare rendendola lenta e lontanissima dall'esplosione, quindi non cercando di ottenere il massimo lavoro ma creando invece un passo intermedio, la produzione di vapor d'acqua a temperatura domabile tecnologicamente, vapore che infine aziona una turbina a vapore, la quale a sua volta aziona come ultimo passo una dinamo. Dalla dinamo parte l'immissione della corrente elettrica nella rete di distribuzione cittadina. In conclusione le macchine nucleari sono perfette per azionare generatori elettrici ma incompatibili con l'idea di fare motori del tipo "endotermico", quello delle automobili e degli aerei. Se si vuole a ogni costo passare ai motorini qualsivoglia partendo dall'energia nucleare occorre dunque postulare la realizzabilità tecnica di artifici come, per esempio, l'idrogeno estratto dalla molecola d'acqua, messo in serbatoio e poi utilizzato come carburante, con tecniche che però non esistono ancora.
Infine tutti i passi dell'ingegneria nucleare sono caratterizzati da due proprietà di importanza sociale e politica. A seconda dell'ingegnere a cui si affida il lavoro progettuale si possono avere bombe o centrali civili. La fisica da conoscere è sempre la fisica nucleare e non si può dividere in due parti non comunicanti il cervello dei fisici, o degli ingegneri nucleari.
Ne segue che la gestione della produzione di energia nucleare "deve" essere affidata a mani militari, quelle educate alla rigorosa disciplina di controllo ed esecuzione. Figuriamoci se la preparazione del combustibile, il processo di arricchimento, la gestione delle fabbriche che costruiscono da una parte le bombe e dall'altra le centrali civili, se la gestione delle centrali elettronucleari, se la gestione dei siti radioattivi alla fine della vita delle centrali stesse fosse affidata a organismi permeabili alla corruzione o anche solo prone alla gestione allegra.
La fisica è bella, la tecnologia è difficile, l'insipienza umana è pericolosa. Sono queste le cose da sapere e su cui meditare quando si parla di strategie energetiche intese a sostenere la dinamica del consumismo.
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sabato, maggio 17, 2008
Siamo tutti incompetenti

"Il nostro piano di salvataggio di emergenza" "AIUTO, AIUTO!"
Anni fa, la morte del professor S. mi fu annunciata da uno dei suoi allievi. "Povero professor S.", mi disse, "ci teneva tanto ad arrivare a pubblicare mille articoli, e invece non c'è riuscito." Da allora, mi è rimasta in mente l'immagine dell'anziano professore sul suo letto di morte che, con occhi spiritati, pronuncia le sue ultime parole, "Soltanto 999......."
Questa storia da una certa idea dell'importanza che gli scienziati danno alla pubblicazione di articoli scientifici, una cosa che in inglese si dice a volte con l'espressione "pubblica o muori" ("publish or perish"). Il numero di articoli pubblicati, e il numero di citazioni che ricevono in altri articoli ("impact factor") è oggi quasi il solo criterio di giudizio per la carriera di un accademico.
Tuttavia, ci possiamo anche domandare se questo sia veramente un criterio per giudicare la competenza di un accademico. Pensando al caso del buonanima professor S., certamente era competente nel mestiere di pubblicare articoli scientifici; ma era veramente un bravo scienziato? Forse, ma va anche detto che i suoi lavori non hanno lasciato traccia nella scienza, nemmeno nel campo specifico in cui lavorava. Possiamo dire che perlomeno insegnava bene ai suoi studenti? Mah? Questo certamente non dipende dal numero di articoli pubblicato.
Ho il dubbio che il caso del prof. S. non sia isolato e che molti accademici passino la loro vita a pubblicare articoli, senza preoccuparsi troppo che quello che pubblicano sia utile a qualcun altro. Quello degli accademici e della loro ossessione con il "publish or perish" è solo uno dei casi in cui la competenza di qualcuno viene calibrata su elementi che poco hanno a che fare con la capacità di quel qualcuno di far bene il suo mestiere. Pensate a uno studente che viene giudicato dalla capacità di ripetere quello che ha letto nelle dispense; ma ha veramente capito quello che ha studiato? Oppure pensate a quante volte si giudica qualcuno in base al numero di ore che sta in ufficio, o un manager sulla base della sua capacità di fare buone "pubbliche relazioni" Per quanto riguarda l'incompetenza in ufficio, vi potete leggere le strisce di "Dilbert" che sono molto divertenti perché, alla fine dei conti, quello che raccontano non è poi tanto diverso dalla realtà.
Un caso eclatante di incompetenza dirompente è quello dei politici, di cui più o meno si lamentano tutti. Non c'è da stupirsene troppo. La competenza di un politico di successo sta tutta nel riuscire a farsi eleggere. Questo implica essere in grado di raccogliere le risorse economiche necessarie per una campagna elettorale e apparire in TV dicendo cose banali con la massima serietà. Quanto poi a essere bravo a amministrare la cosa pubblica, beh, questo ha importanza soltanto per l'elezione successiva e comunque viene presto dimenticato nella nuova campagna elettorale.
Perché questa incompetenza dilagante? Beh, probabilmente c'è una ragione abbastanza semplice. Il mondo diventa sempre più complicato, mentre le nostre teste rimangono quelle che sono. E' già difficile fare la ricerca scientifica, figuriamoci amministrare un comune, una regione, o un paese di quasi sessanta milioni di persone. Certo, però, qualche volta mi sembra che ci sia anche chi esagera....
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venerdì, maggio 16, 2008
ASPO - 2 : il Cristiano di fronte alla crisi delle risorse

Qui sotto trovate la traccia che il sacerdote ha seguito durante il suo intervento.
Parto da una premessa necessaria per comprendere il mio intervento: la cultura umana è di grande aiuto alla Chiesa (cfr. Gaudium et Spes, n. 44, 1965).
In particolare, l'ecologia è una scienza (recente!), ma è anche un “luogo” di riflessione teologica, a partire dai suoi due principi fondamentali:
- la relazionalità (sistemicità, complessità) → la Trinità, l'Incarnazione, l'amore
- il limite (donde la crisi delle risorse) → la creaturalità (in ambito teologico) e la povertà (in ambito morale)
L'anno cruciale: 1971 → Limiti dello sviluppo, prima proposta di Gaia (J. Lovelock), lettera apostolica di Paolo VI Octogesima adveniens (n. 21)
Quali virtualità teologiche ed etiche sono presenti nel concetto di limite?
Aspetto teologico: l'idea di creazione
La creazione non è tanto il “fare iniziale di Dio” (problema più scientifico che teologico). L'idea di creazione comprende due concetti che le scienze moderne ci hanno permesso di riscoprire.
1. Dio è il “fondamento” di ogni esistenza: solo Dio è “assoluto”, il mondo (e con esso l'uomo) non ha in sé la ragione del suo esistere, è “creatura” e non “creatore”, è limitato, è un “umile” (da humus, terra, adamah), è un “povero ontologico”. Una icona biblica (che riprende un antico mito, per i credenti fonte di rivelazione divina, per i non credenti custode della sapienza degli antichi) illustra bene creaturalità dell'uomo: la torre di Babele (Genesi 11); il racconto insegna che il mondo non è infinito, che vi è un limite fisico imprescindibile. Pensiamo anche al precetto del riposo: la terra deve riposare (sabato, anno sabbatico e giubilare; la nostra domenica)
2. Dio accompagna la storia del mondo (anche quella naturale) e ci dona speranza: se esiste un creatore, la creazione non può fallire! Anche gli scienziati, soprattutto gli scienziati dell'ambiente hanno bisogno di speranza! E così il circolo virtuoso si chiude: la scienza offre alla teologia materia di riflessione e la teologica ridona alla scienza il senso della sua ricerca.
Aspetto etico: la povertà come beatitudine
La discussione sulla beatitudine della povertà (Matteo 5,3) è antica: cosa significa? Oggi viene riscoperta come sobrietà più giustizia.
La sobrietà è dettata dai limiti del mondo: non solo nelle risorse (energetiche o minerali), ma anche negli equilibri globali (esempio: i cambiamenti climatici), nella biodiversità (scomparsa di specie viventi). Sobrietà personale, famigliare, professionale, sociale...
La giustizia è imposta dalla globalizzazione economica e informatica: i popoli della fame, della sete, dello sfruttamento umano e naturale (esito nefasto del liberalismo mercantile) ci accusano; sia la giustizia che l'ecologia richiedono un nuovo modello economico (la decrescita?).
La povertà è “beata” perché traccia l'unico percorso possibile, onde assicurare un presente e un futuro felice alla terra (sostenibilità).
L'impegno della Chiesa cattolica
La Chiesa sta percorrendo un cammino di maturazione non ancora compiuto (e non privo di contraddizioni, come la posizione [comunque provvisoria] sul nucleare o sulle biotecnologie).
Alcuni risultati emergono: vari interventi del magistero (Papa, vescovi), il Compendio di dottrina sociale della Chiesa (in particolare, il cap. X e il n. 462), la giornata annuale del creato in settembre (tema 2008: Una nuova sobrietà per abitare la terra).
La pastorale diocesana del creato (a Brescia e in altre diocesi): contatti con i gruppi di base, sensibilizzazione di preti e laici, adeguamento ecologico delle strutture, preghiera e contemplazione...
Etichette: complessità, etica
giovedì, maggio 15, 2008
Non si può fare la cena con le briciole del pranzo

Nota: questo post era stato originariamente pubblicato il 26 Marzo 2008. Lo ripropongo in una versione aggiornata che tiene conto di nuovi dati che mi hanno portato a ridimensionare ulteriormente la già bassa frazione di energia elettrica che avevo calcolato come il comtributo degli inceneritori alla rete elettrica nazionale. Ringrazio Lisa Iotti, giornalista di La7, per avermi fatto notare che alcuni dei dati sull'energia generata dagli inceneritori che si trovano su internet erano sbagliati.
In una recente trasmissione televisiva, il leader di uno dei raggruppamenti politici italiani ha detto che per risolvere il problema energetico bisogna, fra le altre cose, "fare i termovalorizzatori".
Un altro caso, di molti che ce ne sono, dove non bastano le formule magiche per risolvere i problemi. La parola "termovalorizzatore" è un termine impreciso per un entità che va sotto il nome corretto di "inceneritore con recupero energetico". Non c'è dubbio che gli inceneritori producono una certa quantità di energia. Non c'è nemmeno dubbio che questa produzione sia lucrativa se sostenuta con i contributi del cosiddetto "CIP6" che escono dalle nostre tasche. Ma quanto esattamente gli inceneritori contribuiscono, e potrebbero contribuire, al bilancio energetico italiano? Molto poco, come andiamo ora a vedere in dettaglio.
Consideriamo per prima cosa l'energia elettrica, quella "di pregio" e quella che da il nome di "termovalorizzatori" a questi impianti. Alla domanda di quanta energia elettrica generano gli inceneritori si può cercare di rispondere partendo dai che troviamo sul sito di Terna. Purtroppo, il sito non brilla per buona organizzazione e, fra le altre cose, qualcuno dovrebbe spiegargli che un impianto - come l'inceneritore - che brucia una quantità importante di plastica non può essere classificato fra le "rinnovabili".
Comunque, dopo un laborioso esame, troviamo questi dati
Totale: 314.090 GWh
Di cui
Idroelettrico : 42565 GWh
Geotermico: 5527
Eolico : 2970
Quant'è il contributo degli inceneritori? Su questo punto, Terna riporta dei dati che sono definiti come "lordi" senza specificare che cosa si intenda esattamente come contributo lordo e quale potrebbe essere quello netto. Dati su questo punto si trovano sul rapporto congiunto ENEA-Federambiente dal quale si evince che l'energia lorda non considera gli autoconsumi e l'energia che l'inceneritore assorbe dalla rete. Gli autori del rapporto ENEA-Federambiente dicono che hanno avuto delle difficoltà a ottenere i dati dai gestori degli inceneritori nazionali e che, quindi, non sono in grado di fornire un valore affidabile per l'energia netta prodotta dagli stessi. Esaminando i dati, comunque, sembrerebbe possibile concludere che l'energia netta prodotta dagli inceneritori da rifiuti solidi urbani in Italia è di circa 1000 GWh. La produzione netta potrebbe essere intorno al 15% in meno, ovvero circa 850 GWh.
A fronte di una produzione totale di energia elettrica in Italia di 314.090 GWh, ne consegue che la frazione prodotta dagli inceneritori è 850/314090, ovvero lo 0.27% del totale. Contando anche i rifiuti industriali e agricoli, si raddoppia circa. Ovvero si va allo 0.5% e questo potrebbe essere un dato ottimistico. Ora come possiamo valutare questo 0.27% di energia elettrica prodotta (o lo 0.5% considerando anche i rifiuti industriali e agricoli)? Per l'ottimista può essere un utile contributo, per il pessimista una frazione trascurabile. Certo, non è entusiasmante, comunque la si voglia vedere.
Ci possiamo documentare sulla cogenerazione da in cenerimento sul sito di APAT (www.apat.it) dove leggiamo che nel 2006 circa il 65% degli inceneritori italiani lavorava in cogenerazione. Non si trovano dati sulla frazione di energia termica generata rispetto al totale, ma ce ne possiamo fare un'idea considerando che, secondo i dati del CEWEP (www.cewep.com), la frazione di energia esportata da un impianto di incenerimento in cogenerazione è di circa il 30% di quella totale generata dalla combustione. Considerando la frazione degli impianti che generano questa energia (65%) ci rimane circa il 20% dell'energia totale generata dai rifiuti. Ma dobbiamo anche considerare che questa energia è generata costantemente per tutto l'anno, mentre noi abbiamo bisogno di riscaldamento solo per alcuni mesi. Come minimo, dobbiamo ridurre di un fattore due questa frazione. In più, dobbiamo tener conto dell'efficienza, sicuramente non il 100%, con la quale questa energia viene trasferita alle abitazioni. Si arriva quindi a concludere che sicuramente meno del 10% dell'energia ricavata dalla combustione dei rifiuti viene utilizzata per scopi utili.
Da questo dato, vediamo che l'efficienza dell'inceneritore nel generare energia termica è circa la stessa di quella della generazione di energia elettrica (il 10% secondo i dati CEWEP). Allora, dato che sappiamo che nel totale dell'energia primaria utilizzata in Italia, energia termica e energia elettrica sono frazioni molto simili, possiamo concludere che anche in termini di energia termica, il contributo dell'incenerimento dei rifiuti in impianti di cogenerazione è dell'ordine di meno dell'1%. Come nel caso dell'energia elettrica, anche incenerendo tutto quello che si può incenerire non potremmo produrre più di qualche per cento dell'energia termica che utilizziamo oggi.
Questi sono calcoli, ovviamente, piuttosto approssimati ma ci danno un'idea di cosa possiamo fare e non fare utilizzando gli inceneritori come sorgenti di energia. In sostanza, siamo a valori ben sotto all'1% del totale per una frazione incenerita dei rifiuti in Italia che è oggi del 12% circa. Se volessimo fare di più, non solo non arriveremmo a valori significativi, ma ci troveremmo a distruggere alle radici l'industria del recupero delle materie prime dai rifiuti che si sta sviluppando molto bene e che è altrettanto importante per la nostra economia di quello che è il recupero di energia. Nel futuro, potremo ottimizzare il processo della produzione industriale con tecnologie dedicate di recupero sia di energia come di materie prime dai rifiuti. Ma dovremo arrivare a un concetto di rifiuto che lo veda come una risorsa e non più come qualcosa di seccante da far scomparire dagli occhi.
In sostanza, tutto questo ragionamento ci quantifica semplicemente un'osservazione ovvia. Ovvero, che non si fa la cena con le briciole del pranzo. Gli inceneritori intervengono sulle "briciole" del processo di produzione industriale e agricolo e lo fanno anche in modo poco efficiente. Ne riescono a tirar fuori un po' di energia che possiamo certamente considerare come utile, ma che non sarà mai sufficiente a risolvere, o nemmeno ad alleviare in modo consistente, il problema dell'energia in Italia. La vera risorsa energetica italiana è l'energia rinnovabile, abbondante e inesauribile se solo ci decideremo a sfruttarla seriamente.
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lunedì, maggio 12, 2008
ASPOItalia2 su The Oil Drum

Euan Mearns, il nostro ospite dall'estero, ha postato su "The Oil Drum" una versione bilingue italiano/inglese della sua presentazione sulla sicurezza delle forniture di gas in Europa. Sempre su "The Oil Drum" 'è anche una descrizione del convegno scritta dal sottoscritto (in inglese). Come sapete, "The Oil Drum" (TOD) è uno dei blog più seguiti a livello internazionale sulla questione del picco petrolifero e delle risorse. Insomma, ASPOItalia si fa conoscere anche a livello internazionale!
(ringrazio Maurizio Moretto per la traduzione del post di Euan Mearns)
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domenica, maggio 11, 2008
ASPOItalia-2: per il centenario di Aurelio Peccei
Uno dei motivi che ci ha spinto a tenere a Torino il secondo convegno di ASPO-Italia è stata la concomitanza con il centenario della nascita di Aurelio Peccei. Ci sarebbe piaciuto fare qualcosa di più formale per ricordarlo, ma nella pratica questo non è stato possibile. Ci siamo limitati a menzionarlo nelle presentazioni introduttive. E' già qualcosa per un uomo che è stato vituperato in tutti i modi possibili ma che noi consideriamo un po' l'origine di tutto quello che facciamo come ASPO.
Peccei, Torinese, è stato un grande pensatore; lo ricordiamo come il fondatore del Club di Roma, nel 1968 e come l'origine dello studio noto in Italia come "I Limiti dello Sviluppo" pubblicato nel 1972. Questo libro viene talvolta attribuito al Club di Roma, ma fu il lavoro di un gruppo di scienziati del Massachussets Institute of Technology che Peccei aveva incoraggiato e finanziato. Peccei stesso non era uno che costruiva modelli matematici, ma uno che intuiva le cose. I risultati dell'analisi dei "Limiti dello Sviluppo" lui li aveva già intuiti prima.
Peccei ci ha lasciato un libro intitolato "Prima che sia troppo tardi" pubblicato nel 1984, l'anno della sua morte. Questo libro lo possiamo leggere un po' come il suo testamento spirituale. Purtroppo, quello che lui paventava, ovvero che non si sarebbe fatto nulla prima che fosse "troppo tardi" sembra proprio che si sia verificato. Non abbiamo fatto quasi nulla per prevenire il disastro che ci sta arrivando addosso e che deriva alla pari sia dalla distruzione degli ecosistemi sia dal sovrasfruttamento delle risorse sia minerali che agricole.
Vediamo cosa scriveva Peccei nel 1984
La civilizzazione della quale siamo così orgogliosi, non solo idolizza l'uomo e lo esalta come padrone del mondo, se non dell'universo intero, ma anche perdona qualsiasi cosa che l'uomo faccia per asserire il suo primato e giustifica ogni mezzo per arrivare a questo fine. Sebbene teoricamente si affermi che l'uomo dovrebbe essere guidato da nobili principi basati su un corpo di virtù e valori spirituali, etici e morali, la nostra civilizzazione dominante ha delle basi così antropocentriche e centrate su se stessa che l'uomo ha in pratica la libertà di ignorare questi principi ogni volta che lo ritenga conveniente o che interferiscano con il suo immediato interesse o con l'adulazione del suo ego.
In sostanza, quello che Peccei ci dice è che non abbiamo un problema di risorse: abbiamo un problema con l'uso che facciamo delle risorse. Quando mi domandano se c'è abbastanza petrolio nel mondo, io rispondo che il petrolio è ancora abbondante ma che, se pretendiamo di usarlo come se fosse infinito, allora ce ne sarà sempre troppo poco.
Etichette: aspoitalia-2
I sistemi sono pigri

A 1° piano ci sono le leggi inviolabili, ad esempio quelle della termodinamica, la conservazione di carica, massa, quantità di moto ed Energia, i teoremi dei sistemi meccanici rigidi, la meccanica celeste, le leggi della dinamica dei fluidi... Sempre a questo piano possiamo ritrovare le macchine e le infrastrutture, tutto ciò insomma che "funziona" su base scientifica;
Al 2° piano ritroviamo leggi dell'economia classica, come ad es. quella della domanda e dell'offerta, e le "leggi" propriamente dette, cioè le norme che fanno parte del sistema legale nazionale o sovranazionale.
Al 3° piano troviamo le leggi della sociologia, della psicologia, della percezione di massa, della lingua e cultura, delle scelte e delle abitudini di consumo, e il sistema politico sovrastante.
Naturalmente, non è la miglior classificazione possibile! Se ci sono lettori che ne hanno in mente altre sarò ben contento di conoscerle.
La cosa interessante della strutturazione che vi propongo è che evidenzia in modo piuttosto netto quella che è la pigrizia dei sistemi. In un mondo ideale il dialogo funzionerebbe nel modo seguente: in base alle leggi della natura si individuano le migliori tecnologie da adottare, per le quali si allocano risorse economiche e si redigono apposite leggi, allo scopo di garantire una società e un mondo politico sano.
Non vorrei apparire un "lagnone", ma le cose nella realtà non funzionano proprio così.
Alcuni esempi?
Mobilità: il motore elettrico è quello a miglior rendimento, tuttavia la sua diffusione è limitatissima
Trasporti: la "filiera corta" è vivamente consigliata, tuttavia assistiamo alla schizofrenia delle merci
Abitazioni: l'ipercementificazione è la maggiore imputata di dissesti idro-climato-geologici, eppure continuiamo a alimentare politiche di urbanizzazione, invece di ristrutturare le abitazioni esistenti con criteri di risparmio energetico
Imballaggi: per ridurre sprechi energetici e la messa in discarica si potrebbero limitare fortemente, ma non ce la stiamo ancora facendo
[...]
Assistiamo a una forte carenza di dialogo tra i mondi. Il mondo socio-politico è quello a più elevata inerzia, si tratta infatti di cambiare mentalità, abitudini, percezioni, privilegi, macrosistemi lavorativi. Il mondo economico e giuridico è a media inerzia: ad esempio agire sulla giurisprudenza è una cosa che richiede tempi lunghi. L'aumento dei prezzi di un bene, se non è pura speculazione o "bluffing", è un sintomo tardivo di carenza del bene stesso(o di "post-picco").
Il mondo scientifico e tecnologico è quello a maggiore reattività: le informazioni fluiscono con la massima rapidità (se non ci sono inquinamenti e distorsioni). La risalita al 2° e 3° piano, però, è lenta, troppo lenta. Aspettare poi il feedback dal 3°piano al 1° equivarrebbe, con una certa probabilità, a una condizione di guerriglia e di conflitti.
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venerdì, maggio 09, 2008
L'auto diesel fa male alla tasca e alla salute
to milioni di automobilisti italiani. Ma l’evento è poi così negativo? Se consideriamo l’impatto ambientale e sanitario dei motori diesel direi proprio di no. Come si vede nel grafico (fonte APAT), la principale causa delle emissioni di polveri sottili nelle aree urbane è il traffico autoveicolare e, al suo interno, i mezzi alimentati a gasolio. Infatti, un auto diesel produce 15 grammi di PM10 ogni cento chilometri, un furgone 36 grammi, un auto a benzina 0,1 grammi. Secondo lo studio “I costi sociali e ambientali della mobilità” degli Amici della Terra e delle Ferrovie dello Stato, “ogni anno in ambito urbano il trasporto su gomma provoca l'emissione di oltre 13 mila tonnellate di polveri. Di queste: quasi il 53% (7.171 tonnellate) è dovuto al trasporto merci (veicoli diesel); il 29% (3.923 tonnellate) alle aut
ovetture diesel ad uso privato; il 9,6 % (1.305 tonnellate) alle autovetture alimentate a benzina; il 6% (832 tonnellate) ai mezzi di trasporto collettivo alimentati a diesel (autobus e pullman) e il restante 2,4% a motocicli e ciclomotori. Ridurre le emissioni di polveri, nel settore trasporti, richiede interventi strutturali soprattutto nella distribuzione delle merci”. Nella tabella qui accanto, sono sintetizzati i risultati di uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riguardante l’impressionante impatto sanitario di PM10 e ozono in tredici città italiane. Nell’ultima tabella trovate i limiti di legge sempre più stringenti che quasi nessuna città italiana oggi è in grado di rispettare. Se tutti i magistrati italiani seguissero l’esempio di quelli di Firenze che in questi giorni hanno rinviato a giudizio il Presidente della Regione Toscana e il Sindaco del Comune di Firenze per l
’inefficacia degli interventi adottati contro le polveri sottili, quasi l’intera classe amministrativa italiana si troverebbe sotto processo. La soluzione, paradossalmente, viene proprio da Firenze che, seguendo l’esempio di tante città europee, ha avviato un’importante riconversione della mobilità verso trasporti collettivi di tipo ferro-tranviario. La dinamica di crescita dei prezzi dei carburanti probabilmente innescherà un analogo processo di riconversione della mobilità nel nostro paese. Nel frattempo, consoliamoci con il fatto che l’evoluzione dei prezzi del gasolio in corso arresterà la tendenza negativa all’alimentazione a gasolio del parco mezzi circolante in Italia.Etichette: carburanti, mobilità
martedì, maggio 06, 2008
AspoItalia-2: Euan Mearns sulla sicurezza europea delle forniture di gas
Quest'anno, l'ospite d'onore del convegno di ASPO-Italia a Torino è stato Euan Mearns, geologo petrolifero scozzese e editore di "The Oil Drum - Europa". Euan Mearns è un esperto in particolare di gas naturale e abbiamo scelto di invitarlo con lo scopo specifico di enfatizzare un fatto: se più o meno tutti si sono resi conto che il petrolio ha dei grossi problemi, pochi si sono resi conto che il gas ne ha altrettanti e che la situazione delle forniture all'Europa è estremamente delicata. Il problema arriva specialmente dai giacimenti russi ormai sovrasfruttati e con, in più, il problema che i consumi interni in Russia stanno aumentando. Gli stessi problemi ci sono con il gas dal Mare del Nord, dove tutti i giacimenti esistenti sono in declino salvo quelli norvegesi che, però, potrebbero cominciare a declinare già dall'anno prossimo. Abbiamo già avuto qualche assaggio nel passato di cosa potrebbe succedere e il futuro potrebbe non essere roseo.
Il messaggio principale che arriva da Mearns è che nella migliore delle ipotesi riusciremo a mantenere costante la fornitura di gas all'Europa ancora per alcuni anni, nella peggiore la vedremo diminuire già dal prossimo anno. Certi scenari che parlano di raddoppi dei consumi di gas naturale sono completamente fuori dalla realtà.
La sicurezza europea delle forniture di gas naturale
ASPO Italia, Torino, 3 Maggio 2008
Euan Mearns BSc PhD
Editor; The Oil Drum Europe
Il ruolo del gas naturale nel mix energetico dei combustibili fossili nei paesi OCSE in Europa è rapidamente aumentato nel periodo che è iniziato nel 1965 circa (da quanto sono disponibili i dati della BP) partendo dal 2.4% per arrivare a oltre il 29% oggi. Il consumo di gas è cresciuto da 25 miliardi di metri cubi (BCM) all'anno nel 1965 fino a raggiungere i 450 BCM oggi.

Questa espansione nel consumo di gas naturale è stata resa possibile (e in effetti causata) dalla scoperta di grandi giacimenti di gas naturale nel Mare del Nord. Queste risorse interne sono state integrate con un rifornimento abbondante di gas disponibile fuori dai confini europei, in particolare all'Est dalla Russia, come pure al sud dai paesi africani, in particolare dall'Algeria.
Il gas naturale è considerato un combustibile pulito. Il carbone, in gran parte rimpiazzato dal gas, produceva polveri, fumi e pioggia acida. Il gas naturale era un combustibile senza nessuno di questi problemi di inquinamento. La corsa verso il gas era stata inizialmente per il riscaldamento domestico, dove aveva sostituito il gas di città (generato dal carbone) e il carbone stesso. Il gas è anche diventato il combustibile preferito per l'industria e il commercio. Dal 1990, circa, il gas è stato anche utilizzato per generare energia elettrica, sostituendo anche qui il carbone.
Si può dire che l'Europa si è assuefatta al gas naturale e oggi si trova davanti a un problema dato che ci sono chiari segnali che questa sorgente di energia, che una volta scorreva liberamente dal fondo del Mare del Nord, sta iniziando il suo declino.

La sicurezza delle forniture di gas in Europa può essere esaminata a tre livelli di sicurezza decrescente
1. Forniture interne
2. Forniture da paesi limitrofi, per esempio la Russia
3. Importazioni di gas naturale liquefatto (LNG)
I paesi OCSE in Europa hanno tre fornitori principali interni: Olanda, Regno Unito, e Norvegia, mentre quantità più piccole sono prodotte dalla Danimarca, Italia, Germania, e Polonia. La produzione olandese ha raggiunto il suo picco nel 1975 è sta declinando costantemente nel futuro. La produzione del Regno Unito ha raggiunto il picco nel 2001 e sta declinando. La Norvegia dovrebbe raggiungere il suo picco nel 2009 e il declino della produzione dovrebbe avere effetti importanti sul mercato Europeo del gas.
Molti osservatori sperano che la Russia aumenterà le proprie forniture verso l'Europa, sulla base di presunte enormi riserve. La Russia ha sempre fornito gas all'Europa, anche durante la guerra fredda, ma non può fornire gas che non esiste. Più di due terzi della produzione russa sono consumati dal mercato interno – cosa che implica che il terzo che rimane da esportare è soggetto alle fluttuazioni del consumo o della produzione. I giacimenti supergiganti russi di Urengoy, Yamburg e Medvezhye sono tutti in declino e quelli in corso di sviluppo (Bovanenko, Rusanovskoye, Shtockman et al) non potranno fare di più che compensare il declino degli altri. Saremo fortunati se la Russia riuscirà a mantenere le forniture all'Europa ai livelli attuali per altri dieci anni.
Le esportazioni di gas dal Nord Africa (Algeria, Libia e Egitto) sono al momento in espansione per mezzo di gasdotti e LNG. Queste forniture raggiungeranno il loro picco probabilmente verso il 2015. Ci sono molti paesi che si basano sul gas naturale liquefatto per le loro forniture di energia e ovunque si stanno costruendo a grande velocità impianti sia di liquefazione come di rigassificazione. Al momento, non ci sono abbastanza liquefattori, un problema che non si risolverà tanto presto. Alla fine dei conti, le forniture globali di LNG non saranno in grado di soddisfare la domanda e questo deve necessariamente portare a prezzi in rapida crescita.
Il gas naturale liquido si consuma principalmente nell'emisfero nord. La domanda è ciclica è aumenta nei mesi invernali. Questo vuol dire che il gas si consuma di più in inverno a livello globale. Questo ha sempre causato dei problemi di disponibilità che sono stati risolti immagazzinando gas in estate per usarlo in inverno. Ma per questo scopo si sono utilizzate anche le risorse locali. Dato che queste ultime sono in declino, il problema di soddisfare la domanda invernale si sta facendo molto difficile da risolvere.
I prezzi del gas naturale continueranno probabilmente a salire a velocità astronomica con molti paesi ricchi che ne sono ormai strategicamente dipendenti e che si troveranno impegnati ad accaparrarsi le forniture disponibili pagandole a qualsiasi prezzo. Dove andremo a parare? E' quasi impossibile prevederlo e i governi nazionali sembrano basarsi soltanto sulle forze del mercato per determinare i risultati. Ma l'aumento dei prezzi ridurrà la domanda e creerà una diffusa povertà nelle fasce a basso reddito in Europa. Esiste anche la minaccia di instabilità geopolitiche ai confini dell'Europa con i paesi poveri tagliati fuori dalle forniture. Jean Laherrere ha previsto il picco globale delle forniture di gas per il 2029. Dopo quella data, la maggior parte dei paesi importatori dovranno arrangiarsi con meno gas. I governi e la commissione europea devono cominciare a pensare a questo problema, urgentemente!
In conclusione, l'Europa si trova nella zona-picco per la produzione interna di gas e diventerà pertanto sempre più dipendente dalle importazioni. Al momento, i paesi OCSE in Europa importano 197 BCM di gas all'anno. In uno scenario di “business as usual”, di crescita della domanda, si deve pensare a una crescita delle importazioni fino a 492 BCM all'anno per il 2020. E' molto improbabile che i paesi esportatori saranno in grado di fornire queste quantità di gas e i prezzi in crescita ridurranno la domanda forzando al razionamento delle forniture.

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ASPOItalia-2; registrazioni degli interventi

Purtroppo non abbiamo un video "ufficiale" della conferenza, ma Marco Pagani ha messo on line sul suo blog (ecoalfabeta) alcuni video. Lo ringrazio molto per questo lavoro che ha fatto e vi passo qui i link:
1. Marco Pagani sull'esaurimento delle risorse minerali
2. Ugo Bardi sulle risorse petrolifere
3. Ugo Bardi sui limiti dello sviluppo
Probabilmente verranno fuori altre registrazioni che vedremo di linkare o mostrare qui appena possibile. Vi segnalo anche che è disponibile on line la presentazione di Marco Pagani "il picco delle risorse minerarie"
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lunedì, maggio 05, 2008
ASPOItalia-2: il picco della percezione
Il picco del petrolio c'è già stato, o forse è imminente. Quello del gas non lo dovremo aspettare per molti anni. Quanto al picco dei minerali, seguirà la sorte dei picchi dell'energia necessaria per produrli. Questi sono i punti centrali che sono venuti fuori da ASPOItalia-2 di Sabato 3 Maggio a Torino.
In un certo senso è un trionfo di ASPO, che vede tutte le sue previsioni realizzate. Questa di Torino potrebbe essere la prima conferenza "post-picco" a distanza di 10 anni da quando due geologi petroliferi, Colin Campbell e Jean Laherrere, avevano pubblicato su "Scientific American" la loro previsione che il picco del petrolio mondiale si sarebbe verificato entro il primo decennio del ventunesimo secolo. Campbell e Laherrere sono poi andati avanti a fondare l'associazione che studia il picco del petrolio nel 2001, in un momento in cui il petrolio costava pochissimo. Ma sono stati guidati da lungimiranza, fiducia, rigore nei calcoli e nei modelli, e alla fine hanno avuto ragione.
Ma c'è un fantasma che aleggiava per ASPOItalia-2 è che si è manifestato alla tavola rotonda, in particolare con l'intervento di Dalma Domeneghini. Ci sono delle cose che noi sappiamo e che ci sono chiarissime; ma c'è un problema: non sappiamo cosa pensa la gente.
Ovvero, lo sappiamo: nella pratica non pensa. I problemi di cui abbiamo parlato sono lontanissimi dall'orizzonte di quella galassia di percezioni, idee, concetti, e ragionamenti che chiamiamo "la gente". Per dare un'idea della disconnessione quasi totale fra realtà e fantasia, basterebbe notare che il concetto di "picco del petrolio" appare su internet, con Google, circa 30.000 volte contro quasi 300.000 risultati di una ricerca di "scie chimiche". "La gente" si rende conto che c'è qualcosa che non va; che ci sono dei problemi immensi, ma non ha la cultura e la preparazione sufficiente per distinguere, per dare un giudizio, per capire la differenza fra la realtà delle cose e i "portenti" che gli antichi auruspici vedevano nel cielo.
Purtroppo, nello scontro fra una bella fantasia e una sgraziata realtà è la seconda a essere vincente. Il picco si sta manifestando attraverso gli aumenti vertiginosi dei prezzi del petrolio, ma le conseguenze di questi aumenti non sono ancora arrivate sull'economia. Per il momento, le autostrade sono piene di macchine e gli ingorghi nelle città non sono diminuiti. Raffinerie e produttori stanno ancora utilizzando contratti a lungo termine che non prevedevano questi prezzi. Quando questi contratti scadranno, nei prossimi anni, l'impatto dei prezzi in aumento si farà sentire su tutto l'arco dell'economia. Non sarà soltanto il prezzo della benzina a risentirne, ma tutta una serie di cose, non ultimi i prodotti alimentari.
In sostanza, ci troviamo davanti a qualcosa che potremmo chiamare il "Picco della Percezione". Ci deve essere un punto nel futuro in cui la situazione del petrolio, e in generale delle risorse, non si potrà più nascondere sotto il tappeto con riferimenti ai moderni untori, ovvero gli speculatori. Ci sarà un momento in cui la gente si troverà di fronte o a prezzi tali da non potersi permettere i prodotti petroliferi oppure al loro razionamento o, semplicemente, alla loro sparizione dal mercato. Sono tutti i fenomeni che vanno sotto il nome di "distruzione della domanda" come ci insegnano i testi di economia che già leggono le matricole all'università.
Pietro Cambi ha menzionato a ASPOItalia-2 che la definizione di "consumatore" è "qualcuno che distrugge lentamente". Ne consegue che per essere consumatori bisogna avere qualcosa da distruggere e l'energia per farlo. Entrambe le cose ci sono arrivate, fino ad oggi, dal petrolio e dagli altri fossili. Con l'inversione di tendenza che ci aspetta, molti lenti distruttori si trasformeranno in lentamente distrutti: è la dura legge della domanda e dell'offerta. Alcuni si sono già trasformati da distruttori in distrutti, ma il grosso della trasformazione deve ancora arrivare. Quando arriverà, non potrà essere ignorato. E' il picco della percezione.
Il picco del petrolio, di per se, non è una discontinuità brusca, non è una rivoluzione, non ha niente di disastroso o di cataclismico. E' semplicemente un punto in una curva continua che - per forza di cose - deve partire da zero e ritornare a zero dopo un certo tempo. E' la percezione umana che crea le discontinuità, le rivoluzioni, i cataclismi. E' un grosso cambiamento di pensiero che segue alla comprensione del fatto che siamo passati da un mondo di abbondanza a un mondo di scarsità. E' un cambio di paradigma; è un trauma, uno sconvolgimento.
Abbiamo un esempio storico che non ci fa sperare bene su quello che succederà. Quello che stiamo vedendo oggi, in effetti, non è che una ripetizione di un evento che è avvenuto ormai 35 anni fa: lo "shock petrolifero" del 1973. Allora, lo shock era stato ampiamente previsto in anticipo sia da Marion King Hubbert, il "nonno" di ASPO, sia da Pierre Wack, un ricercatore della Shell. Questi due, e altri, avevano dato un avviso ben prima degli eventi. Eppure, nell'immenso rumore che ne seguì, sia Wack che Hubbert furono ignorati e dimenticati. Finirono dispersi nel calderone delle teorie che, negli anni '80 e '90, venne di moda definire "sbagliate" senza troppo preoccuparsi di verificare quali fossero esattamente gli sbagli. Fra queste c'era la teoria del gruppo del MIT che nel 1972 aveva ben descritto gli eventi odierni con il loro studio che in Italia conosciamo come "i limiti dello sviluppo".
Come reagirà "la gente" al picco della percezione? Si rimboccherà le maniche e comincerà a lavorare per reagire? Negherà la realtà continuando a rifugiarsi nella fantasia? Oppure si guarderà intorno a cercare gli untori di turno da incolpare? Tutto può succedere nel momento dello smarrimento. Andiamo incontro a tempi interessanti e questo, come dicevano gli antichi cinesi, può essere una maledizione.
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domenica, maggio 04, 2008
ASPOItalia2 a Torino, un primo resoconto
Si sono conclusi i lavori di "ASPOItalia-2" a Torino. Prima il convegno, sabato, presso il museo regionale di storia naturale e poi, domenica mattina, l'assemblea dei soci ASPO-ItaliaCon calma, vi illustreremo i risultati del convegno. Scusate se per quest'anno non siamo stati in grado di fare una registrazione video. Rimedieremo con una serie di post sul blog che illustreranno i vari interventi.
Per ora, mi limito a un brevissimo resoconto: sotto tutti i punti di vista è stato un notevole successo. Nonostante la data che cadeva in pieno nel mezzo del ponte del primo maggio, la sala conferenze del museo era stracolma, con molta gente in piedi. Avevamo 180 posti, per cui almeno 200 persone si sono affollate a sentire gli oratori.
Oserei dire che è stato anche un notevole successo di programma: abbiamo voluto sperimentare qualcosa di nuovo rispetto all'anno scorso a Firenze; con tutti oratori diversi. Le sole eccezioni erano Luca Mercalli, che ha introdotto il convegno come organizzatore locale, e il modesto sottoscritto, Ugo Bardi, che è intervenuto a tappare un "buco" di un oratore che ha dato forfait all'ultimo minuto. Il fatto che siamo stati in grado di fare una cosa del genere da un'idea della vitalità dell'associazione.
Finalmente, anche un notevole successo di partecipazione del pubblico; con moltissime domande, interventi, commenti e con la sala ancora quasi piena fino alle sei e un quarto del pomeriggio, quando abbiamo dovuto chiudere (ma la gente sarebbe rimasta ancora a discutere).
Abbiamo continuato a discutere la mattina di domenica, alla sede dell'associazione meteorologica italiana a Castello Borello in val di Susa. Saremmo ancora a discutere laggiù se non avessimo dovuto tutti tornare a casa prima o poi (sto scrivendo alle 19:30 di domenica pomeriggio).
Quindi, ringrazio Luca Mercalli per l'impegno come organizzatore locale e Franco Galvagno come membro del comitato organizzativo. Ringrazio Luca Barillaro per il suo contributo, il museo di Storia Naturale per aver fornito la sala, il nostro ospite d'onore Euan Mearns, tutti gli oratori e tutti quelli che sono prodigati per questo convegno. Una menzione particolare merita Pietro Cambi, che è riuscito a venire a Torino da Firenze e a fare la sua presentazione nonostante una mano ingessata e che gli faceva male.
Per ora mi fermo qui. Piano piano riferiremo sui contenuti delle presentazioni e delle discussioni.
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giovedì, maggio 01, 2008
Sabato 3 maggio a Torino il secondo convegno di ASPO-Italia

Sta per partire, questo Sabato, il secondo convegno di ASPO-Italia. Dopo il primo convegno che abbiamo tenuto a Firenze a Marzo dell'anno scorso, quest'anno ci ritroviamo a Torino presso il museo regionale di scienze naturali il 3 Maggio a partire dalle 9:30 del mattino.
Ospite d'onore, quest'anno, il geologo scozzese Euan Mearns che ci parlera di un argomento scottante: quello del gas naturale. Al momento, tutti sono preoccupati degli aumenti dei prezzi del petrolio, ma le forniture di gas sono una cosa sotto molti aspetti più delicata, specialmente con il declino ormai irreversibile dei giacimenti del Nord Europa. Euan Mearns ha lavorato a lungo sui giacimenti del Mare del Nord ed è uno degli esperti mondiali in questo campo
Il convegno comprende un'intera giornata con molti oratori che affronteranno le problematiche delle risorse naturali (petrolio e minerali), le risposte tecnologiche (veicoli elettrici, energia solare, e pianificazione) come pure la risposta umana al picco da diversi punti di vista.
L'ingresso è libero. Trovate qui il programma completo del convegno
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L'impronta automobilistica: pianificare per migliorare

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lunedì, aprile 28, 2008
Quanto cresce il fotovoltaico
Sul sito del GSE è disponibile un contatore, aggiornato in tempo reale, delle installazioni di impianti fotovoltaici, suddivise tra quelle realizzate con il nuovo e il vecchio Conto Energia. Il vecchio Conto Energia fu approvato con il decreto del 28 luglio 2005 e ha trovato applicazione in tre trimestri, i due finali del 2005 e il primo del 2006, per un periodo complessivo di vigenza di circa 9 mesi. Il nuovo Conto Energia è stato approvato con il decreto del 19 febbraio 2007 e quindi ha un periodo di vigenza di circa 14 mesi.Vediamo i risultati. Con il vecchio Conto Energia sono, ad oggi 28 Aprile, entrati in esercizio 4381 impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 71,273 MW (a fronte di 387 MW ammessi all’incentivazione), con il nuovo Conto Energia sono entrati in esercizio 5814 impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 34,313 MW. Quindi, il vecchio regime ha ottenuto, in meno tempo del nuovo e con un minor numero di impianti installati, una maggiore potenza installata, con una potenza media di 16,27 kW contro i 5,90 kW del nuovo regime. Inoltre, l’obiettivo indicato dal nuovo Conto Energia di 3000 MW di potenza installata al 2016 non sarebbe raggiungibile, in quanto occorrerebbero circa 105 anni al ritmo attuale di installazione. Anche considerando la tendenza in corso di una maggiore velocità di crescita delle installazioni, è molto improbabile ottenere questo ambizioso obiettivo, perché bisognerebbe moltiplicare di molti ordini di grandezza la potenza installata annualmente.
Sembrerebbero quindi confermate le conclusioni del mio articolo “Confronto tra vecchio e nuovo decreto di incentivazione del fotovoltaico” che individuava nella scarsa incentivazione degli impianti di potenza più elevata uno dei limiti del nuovo Conto Energia.
Ma quanta energia producono i 105,59 MW totali installati fino ad oggi? Ipotizzando un tempo equivalente di funzionamento medio in Italia di 1300 ore, otteniamo circa 0,14 TWh all’anno cioè lo 0,04% dell’intero Consumo Interno Lordo italiano (359 TWh nel 2006). Una quantità per ora irrisoria.
In prospettiva, per arrivare a produrre ad esempio il 10% del Consumo Interno Lordo italiano con il fotovoltaico occorrerebbero circa 1000 anni al ritmo annuale di installazioni del nuovo Conto Energia. Concludendo, nessuno dei due sistemi di incentivazione in conto energia (l’attuale meno del primo) è stato in grado di far crescere in maniera significativa la potenza fotovoltaica installata e, soprattutto, di abbattere i costi, uno dei principali ostacoli alla diffusione di questa tecnologia. E’ necessario a tal fine stabilire un nuovo regime incentivante che favorisca l’installazione di grandi impianti, gli unici in grado di accrescere rapidamente la potenza installata. E, soprattutto, promuovere anche con forti incentivi economici grandi impianti fotovoltaici collegati a sistemi di accumulo dell’energia elettrica prodotta (idrogeno, accumulo elettrochimico ecc.) per ovviare al principale fattore limitante delle fonti rinnovabili come il sole e il vento, descritto molto bene in questo articolo di Domenico Coiante, cioè la compatibilità di una produzione energetica intermittente con la rete di trasmissione dell’energia elettrica.
domenica, aprile 27, 2008
Come le migliori intenzioni possono fare grossi danni: il caso della filiera lunga dei biocombustibili

Burocrazia e incompetenza messe insieme possono fare danni immensi. Su questo punto, mi è sempre rimasta in mente una nota che aveva scritto James Gordon nel suo libro "La nuova scienza dei materiali resistenti". Gordon descriveva le leggi che regolavano la tassazione dei trasporti navali in Inghilterra e notava che a un certo punto queste leggi avevano fatto si che si costruissero navi che avevano forme della stiva adatte a minimizzare le tasse ma inadatte a tenere il mare.
Questa storia mi è ritornata in mente qualche giorno fa quando ho sentito una conferenza di Gianni Tamino sulla questione dei biocombustibili. Tamino ha raccontato delle tantissime iniziative per nuove centrali elettriche a biomassa in Italia. Ebbene, nessuna di queste centrali si farebbe se non fosse per il supporto finanziario che ricevono informa di "certificati verdi", soldi pagati dalle nostre tasse giustificati, in teoria, per la protezione dell'ambiente.
Ma perché una centrale a biomassa è considerata cosa buona per l'ambiente? Beh, si suppone che sia "neutrale" nei riguardi della CO2 emessa. Ovvero, si suppone che la CO2 che viene emessa quando si brucia la biomassa sia CO2 previamente assorbita dalle piante e che - quindi - non aumenta il totale di CO2 nell'atmosfera.
Vero, in teoria. Ma in pratica c'è un piccolo problema che Tamino ha fatto notare. Queste centrali sono piuttosto grandi - altrimenti non sarebbero un affare - e quasi mai la biomassa prodotta localmente è sufficiente per alimentarle. Spesso i promotori (quando sono onesti) dichiarano esplicitamente che importeranno olio di palma come combustibile, tipicamente arriva dall'Indonesia. Quando sono un po' meno onesti non dicono da dove arriva il combustibile e quando sono decisamente poco onesti dichiarano che arriva da fonti locali. Ma l'olio di palma dall'Indonesia è il combustibile che costa meno di tutti e in quasi tutti i casi si sa che è l'olio di palma che alimenta la centrale; perlomeno in parte.
Ora, in primo luogo portare l'olio di palma da grandi distanze vuol dire usare petrolio per il trasporto, il che è già un modo di produrre CO2 irreversibile. La CO2 viene anche prodotta dai macchinari agricoli, fertilizzanti e cose del genere. Un problema ancora più grave è che per piantare le palme e fare olio di palma - molto richiesto in Europa per queste centrali - in Indonesia stanno distruggendo ogni anno la foresta tropicale su una zona grande come la Toscana.
Il problema vero, fa notare Tamino, è che una piantagione di palma da olio assorbe circa 1/10 della quantità di CO2 che la foresta tropicale assorbiva per la stessa area. In altre parole, col cavolo che la centrale a olio di palma è "neutrale" in termini di emissioni di gas serra!
Si può essere pro o contro le centrali a biomassa per tante ragioni. Se usassero veramente risorse locali, potrebbero essere una cosa buona, sempre che si stia molto attenti alle emissioni. Ma è inaccettabile che i soldi delle nostre tasse vengono usati in nome dell'ambiente per sostenere attività che danneggiano l'ambiente.
Purtroppo, non tutti hanno chiaro questo punto e continuano a sostenere la "filiera lunga".
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venerdì, aprile 25, 2008
Automobile: quando il mezzo diventa il fine

Dalla fine degli anni '80 ad oggi assistiamo a una fase molto particolare: quella socio-edonista, in cui l'automobile diventa un culto più che un mezzo. La vettura è ora uno status symbol, che deve rispecchiare fedelmente la classe sociale di chi la possiede. La pubblicità presenta i nuovi modelli come innovativi, rimarcando le loro caratteristiche di potenza, confort, sicurezza, accessoristica, e "sorvolando" sul fatto che la core-technology sia di estrazione ottocentesca. Eccoci così all'attualissima proliferazione dei SUV!
Di per sè un bene di notevole utilità, l'automobile -replicata in un paradigma di massificazione - ha invertito la legge del possesso. E' l'auto a possedere noi! Per lei lavoriamo un mese l'anno, spendiamo ore e ore a curarla, lavarla, ci innervosiamo nel traffico, respiriamo male ...
Come liberarci da questa dipendenza? Non sarà facile, sarà un percorso, in cui con grandi sforzi di volontà si potranno fare piccoli progressi. Come tutte le transizioni culturali, anche questa può essere difficile da immaginare, ma non impossibile da attuare. Tenendo ben presente che, in caso di immobilismo, i contraccolpi saranno molto più duri.
martedì, aprile 22, 2008
Mezzo centesimo al chilometro
Motorino elettrico in ricarica. Vedete al centro dell'immagine la scatolina che misura i kWh consumati.
Da quando mi sono comprato un misuratore di chilowattora, sto facendo una serie di scoperte interessantissime. Una è che ho potuto misurare con esattezza quanto consuma il mio motorino elettrico. Vedete la misura nella foto più sopra, con la scatolina dell'apparecchietto misuratore fra la presa di rete e la spina di carica.
Bene, i risultati sono andati al di là delle mie previsioni: per ricaricare il motorino dopo aver percorso i 14 km che ci sono dall'ufficio a casa mi ci sono voluti esattamente 0,46 kWh.
Al prezzo attuale del chilowattora in ora di punta (12 c), questo vuol dire che il viaggio lavoro-casa mi costa meno di 6 centesimi. Me ne costerebbe solo 4 se carico alla tariffa notturna e, ovviamente, a me non costa niente perché ho l'impianto fotovoltaico sul tetto. Fate un po' di conti per un motorino "normale" e vedrete che costa circa 10 volte tanto ai prezzi attuali della benzina (e vista la situazione, costerà sempre di più). Fa impressione il fatto di poter viaggiare con il motorino elettrico con mezzo centesimo al chilometro o anche meno, fra l'altro inquinando zero!
Va bene, lo so che devo conteggiare anche il fatto che le batterie ogni tanto vanno cambiate. Fatti un po' di conti viene fuori che al momento attuale il costo delle batterie di un motorino aggiunge circa 2 centesimi al km. Però tenete anche conto che ci sono nuove batterie che fanno molto meglio di così e, comunque, non esiste nessun mezzo di trasporto a motore a un prezzo così basso come un mezzo elettrico.
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domenica, aprile 20, 2008
Abbiamo perso la guerra del petrolio
Cosa passava nella testa di Hitler, Mussolini, e dei loro accoliti negli ultimi anni della seconda guerra mondiale? Le forze italiane e tedesche avevano raggiunto il massimo dei loro successi (il loro "picco di Hubbert") in qualche momento nel 1942. Dopo di che, la tendenza si era invertita. Con le sconfitte in Russia e in Nord Africa del 1943, nessuno sano di mente poteva non capire che la guerra era perduta. Eppure, la guerra si trascinò ancora per due anni di inutili sofferenze per tutti
Forse la gente comune, intontita dalla propaganda, non si rendeva conto di cosa succedeva, ma cosa pensavano quelli sapevano; generali e alti esponenti del governo? E' difficile per noi penetrare nella mente di quelli che davano ordini che mandavano la gente a morire per una guerra ormai perduta. Può darsi che non si rendessero conto di quello che facevano, oppure, può darsi che fosse la maledizione della propaganda; una macchina infernale che bollava come "disfattista" chiunque avesse osato mettere in dubbio la vittoria finale.
Sulla stampa italiana, non ci fu un periodo in cui si parlò più di vittoria di quello in cui la sconfitta era ormai certa. Anche quelli che erano al potere non riuscivano più a sottrarsi all'ira del Golem che loro stessi avevano scatenato. Dire pubblicamente come stavano le cose avrebbe significato la loro fine politica e probabilmente anche fisica. In effetti, quelli che ci provarono in Italia nel 1943 finirono fucilati. Quelli che, in Germania, tentarono di assassinare Hitler finirono impiccati. Così, la guerra ha percorso la sua curva fino in fondo, a conferma dell'idiozia umana.
A distanza di più di mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale non ci può sfuggire l'analogia con la situazione del petrolio, del quale oggi, siamo vicini al picco di massima produzione (il picco di Hubbert). Vediamo la gente comune intontita dalla propaganda che parla di immensi nuovi giacimenti (come, all'epoca, di grandi vittorie)
