martedì, dicembre 08, 2009
Tre libri e un filo conduttore
posted by di Ugo Bardi
Arrivano sulla mia scrivania un buon numero di libri che trattano gli argomenti tipici di ASPO: l'energia, le materie prime, il clima e la sostenibilità. Vi ne faccio una piccola recensione di tre di questi, tutti molto interessanti e raccomandabili e tutti seguono lo stesso filo conduttore: energia, risorse e sostenibilità.
Energia e Futuro - di Mirco Rossi

Mirco Rossi ha scritto questo suo "Energia e Futuro" con il sottotitolo "Le opportunità del declino". Già da questo potete capire qual'è l'approccio dell'autore che è socio di ASPO e molto attivo nel campo della divulgazione. In effetti, questo libro è molto ambizioso: è un tentativo di coprire tutto il campo dell'energia e del futuro della stessa e di farlo anche in modo comprensibile per tutti. Non è cosa facile a farsi, ma Mirco Rossi è riuscito in questa presentazione a mettere insieme quello che conosciamo in una forma facilmente accessibile. Se uno si vuol avvicinare al campo dell'energia con buona volontà, il libro offre una rara possibilità di farsi una base dalla quale partire. In effetti, tuttavia, Mirco Rossi non ha certamente esaurito le cose che ha da dire con questo libro. Lo hanno certamente capito quelli che lo hanno sentito parlare al convegno ASPOItalia di Lucca dell'Ottobre 2009 e che hanno potuto apprezzare la profondità della sua analisi. Anche dal testo di questo libro
si capisce che Mirco Rossi ha molte cose da dire in più e il capitolo centrale, quello della sua esperienza di gioventù in un quartiere operaio di Mestre è una finestra interessantissima su un mondo oggi sparito ma del quale molte cose poterebbero ritornare in un futuro non lontano. Speriamo che di questo argomento possa scrivere più in dettaglio in un prossimo libro.
Il mondo alla rovescia - di Michele Buono e Piero Riccardi.

Con questo libro, Michele Buono e Piero Riccardi ci presentano un'investigazione a tutto campo sul mondo della globalizzato. Sono due giornalisti che lavorano a "Report" è che hanno esaminato l'argomento anche attraverso una serie di incontri con esperti nei vari campi affrontati. Il libro è diviso in due parti: Michele Buono si è occupato principalmente di sostenibilità in termini di energia e materie prime, mentre Piero Riccardi di agricoltura e cambiamento climatico. Spicca in particolare nella prima parte l'intervista a Jorgen Randers, uno degli autori del primo "rapporto al Club di Roma" del 1972, quello noto in Italia con il titolo dei "Limiti dello Sviluppo". C'è anche un'intervista di Michele Buono al modesto sottoscritto (Ugo Bardi) dove noto un errore di trascrizione dato che si riporta che ho previsto il picco del petrolio per il 2025-2030. In verità, me lo aspetto molto prima e probabilmente già avvenuto. Ma è soltanto un piccolo errore in un libro che si presenta come una panoramica interessante e ricchissima di spunti. Decisamente da leggere e meditare.
Ecofisica - di Luigi Sertorio e Erica Renda

A differenza degli altri due, questo di Sertorio e Renda non si presenta come un libro divulgativo, ma come un libro di testo per un corso universitario, appunto, di "Ecofisica" che Sertorio ha tenuto all'università di Torino. In quanto tale, non è un libro di immediato approccio se non avete un minimo di conoscenze di base e una certa capacità di lavorare sul linguaggio matematico. Ma è tutt'altro che un libro astruso. Io lo definirei un libro "sano", nel senso del rigore che porta allo studio e alla descrizione di tante cose di cui discutiamo spesso in modo così sguaiato e ideologico nel dibattito così come lo vediamo tutti i giorni sui giornali e sui media. Se avete un po' di tempo e di voglia di approfondire, è un testo essenziale per capire i meccanismi interni di cose come la crescita e il declino delle popolazioni, i sistemi complessi e i meccanismi alla base del cambiamento climatico
Etichette: cambiamento climatico, energia, risorse
lunedì, dicembre 07, 2009
L'uomo e lo spazio
posted by Frank Galvagno
Lo spazio che intendo è quello fisico che ci circonda, non certo quello presente al di fuori dell'atmosfera dove vi possono andare solo degli astronauti.
Ricordo alla fine degli anni '80 comprai la prima auto, una Y10. Con quella feci un po' di tutto, andai a fare un tour in Francia in Normandia e Bretagna, andai a sciare ed eravamo in tre con gli sci sul tetto, mi spostavo in città, insomma era un'auto tutto fare. Consumava anche poco visto che era equipaggiata con il motore innovativo per l'epoca denominato FIRE 1000.
Negli anni ebbi altre auto, una UNO, poi una PUNTO, ora una YARIS. La YARIS è considerata un'utilitaria ma già lei stessa è molto più grande di una Y10.
Le auto sono cresciute di dimensione in questi anni, in parte per ottemperare alle richieste legislative vedi prove di crash, ma non penso sia solo quello.
Il benessere ci ha portato ad avere proprietà sempre più grandi, negli appartamenti, nei mezzi di trasporto, i nostri armadi traboccano di indumenti che spesso non riusciamo nemmeno ad indossare in una stagione.
La pubblicità ha compiuto un ottimo lavoro suggestionandoci con i suoi messaggi, oramai l'auto non è più un mezzo di trasporto e un bisogno ma solo un desiderio.
Come mi ha fatto notare un amico "l'uomo è come un gas, tende ad occupare tutto lo spazio circostante".
Sia con la nostra presenza, vedi sovrappopolazione, sia con i nostri oggetti, edifici e quant'altro, stiamo riuscendo in questa occupazione planetaria.
Come fermare questo trend? Forse il cambiamento climatico e il disastro economico-finanziario ci aiuteranno.
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domenica, dicembre 06, 2009
Formigoni fa lo spiritoso
posted by Terenzio Longobardi

Come potete leggere
in questo articolo sul sito del Corriere, il Presidente della Regione Lombardia, il Sindaco e il Presidente della Provincia di Milano, hanno ricevuto nei giorni scorsi un avviso di garanzia per l’inquinamento causato dalle famigerate polveri sottili, emesse in via prevalente dal traffico autoveicolare. Si tratta di un atto dovuto da parte della Magistratura in seguito a una denuncia del Codacons, associazione di consumatori, che serve esclusivamente ad avviare un’indagine sulla vicenda. Ma Formigoni si atteggia a perseguitato, minimizza, ironizzando sulla natura del reato: “getto pericoloso di cose in luogo pubblico”, e con lui diversi giornali nazionali che commentano divertiti la notizia.
Io penso invece, che ci sia poco da fare gli spiritosi di fronte a un gravissimo problema che causa decine di migliaia di morti all’anno in Italia, con il corredo di centinaia di migliaia di patologie alle vie respiratorie anche nei bambini, tanto da farne una vera e propria emergenza sanitaria.
In questo articolo ho scritto un anno fa sull’argomento: l’Unione Europea ha approvato una legge in materia che, sconfessando platealmente il dettato normativo precedente ha rinunciato ad applicare i limiti più restrittivi raccomandati dalle organizzazioni sanitarie internazionali, per mantenere quelli da anni in vigore: non più di 40 microgrammi/metro cubo per la media annua delle concentrazioni di PM10 nell’aria e non più di 35 superamenti nell’anno del valore di 50 microgrammi/metro cubo della media giornaliera delle stesse concentrazioni. Ebbene, molte città della Lombardia non rispettano nemmeno queste soglie più tolleranti, di un inquinante che mina gravemente la salute dei propri cittadini. Ad onor del vero non solo in Lombardia, ma in tutta Italia, si verificano gli stessi livelli preoccupanti di inquinamento. Ne sanno qualcosa il Presidente della Regione Toscana, l’ex Sindaco e alcuni amministratori del Comune di Firenze, che a conclusione di un’analoga indagine, sono stati tutti rinviati a giudizio e subiranno un processo per lo stesso reato imputato a Formigoni, “getto pericoloso di cose in luogo pubblico”. Un vecchio articolo del codice penale, il 674, unico strumento, udite udite, per perseguire questo tipo di inquinamento, non contemplato ancora specificamente nella normativa italiana.
Non so come finiranno queste iniziative giudiziarie, probabilmente in una bolla di sapone. Gli imputati diranno che hanno fatto il possibile e si difenderanno dicendo che il problema è nazionale e globale, che nessuno è ancora riuscito a risolverlo del tutto. In parte avranno anche ragione, perché in verità bisognerebbe mettere sotto processo un sistema di mobilità fondato sull’automobile e uno stile di vita. In altre parole, l’intera società. Però, gli amministratori locali italiani potrebbero far tesoro dalle innumerevoli esperienze europee di potenziamento dei sistemi di trasporto collettivo su ferro, che stanno abbattendo sensibilmente i livelli di inquinamento nelle aree urbane. Invece pensano ad altro o accumulano ritardi. Ma questo è un altro problema su cui torneremo prossimamente.
Etichette: emissioni, mobilità
venerdì, dicembre 04, 2009
L'attualità di Cecil Pigou (1877-1959)
posted by Frank Galvagno
created by Giorgio Nebbia
(Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 30 ottobre 2009)
50 anni fa moriva Arthur Cecil Pigou, economista inglese, nato nel 1877, allievo, nell'Università di Cambridge, di Alfred Marshall (1842-1924); nel 1908 gli successe sulla cattedra di Economia. Pigou scrisse nel 1912 la sua principale opera, "Ricchezza e benessere", di cui pubblicò varie riedizioni col titolo "Economia del benessere", a partire dal 1920.
Fra le altre sue opere si può ricordare "L'economia dello stato stazionario", pubblicata nel 1935 in piena crisi economica, in un tempo che assomiglia sotto molti aspetti a quello odierno. Fu uno dei primi sostenitori dell'imposta sul reddito e dell'intervento dello Stato per correggere i "fallimenti del mercato", fonti di diseconomie esterne, di danni e costi per alcuni soggetti economici in seguito all'operare, anche se lecito, di altri soggetti economici.
Vale la pena di ricordare Pigou a cinquant'anni dalla morte, in un momento in cui le sue anticipazioni non solo trovano conferma negli eventi di questo periodo, ma possono farci comprendere meglio quello che ci aspetta. Il contributo di Pigou alla "economia del benessere"si può così riassumere: nella vita economica le azioni di ogni soggetto economico non sono isolate, ma influenzano, nel bene e nel male, altri soggetti economici circostanti, "esterni", e da questi stessi sono influenzati.
Se una fabbrica sta vicina ad altre (si pensi ai poli industriali) ne trae vantaggio perché tutte mettono in comune servizi, strade, aeroporti e ciascuna trae beneficio da questa integrazione; le economie integrate però possono anche essere fragili proprio perché dipendono l'una dalle altre. D'altra parte ogni attività di un soggetto economico può provocare "diseconomie esterne", cioè danni e costi ai soggetti economici vicini.
Immaginiamo un soggetto economico, un vignaiolo, che produce uva, un bene utile, e che, vendendola, guadagna diciamo 100 lire all'anno; un giorno accanto alla vigna si insedia una fabbrica di scarpe, in modo del tutto legittimo, anzi lodevole perché produce una merce, le scarpe, di cui c'è bisogno e fa lavorare gli operai e assicura benessere alle loro famiglie. Però dal camino della fabbrica escono dei fumi che ricadono sulla vigna vicina e danneggiano l'uva al punto che il vignaiolo, dopo l'arrivo della fabbrica, guadagna soltanto 50 lire all'anno. Il vignaiolo va dal fabbricante di scarpe e gli chiede un risarcimento per il danno subito.
A questo punto possono succedere varie cose. Il fabbricante tira fuori dalle sue tasche le 50 lire perdute dal vignaiolo e il vignaiolo ritorna a guadagnare 100 lire all'anno ed è contento. Il fabbricante di scarpe può
continuare ad inquinare (e la natura non è contenta) ma guadagna di meno e deve recuperare i soldi dati al vignaiolo; può farlo aumentando il prezzo delle scarpe, che vengono a costare di più e si vendono di meno, e il fabbricante deve ridurre la produzione licenziando gli operai, con danno alle loro famiglie. Oppure il fabbricante può diminuire il salario agli operai con danno alle loro famiglie.
Oppure il fabbricante di scarpe, invece di dare 50 lire al vignaiolo, con la stessa cifra compra un filtro da mettere sul camino in modo da non inquinare più, e sono così contenti la natura, il venditore di filtri e il vignaiolo che, cessato l'inquinamento, ricomincia a produrre l'uva che gli assicura un guadagno di 100 lire all'anno. Ma il fabbricante di scarpe deve recuperare le 50 lire spese per il filtro e torniamo al caso precedente.
A questo punto fabbricante e operai vanno "dallo stato", da una autorità superiore a tutti, e chiedono che sia ristabilita una situazione di giustizia: che il vignaiolo e il fabbricante siano compensati per il loro lavoro, gli operai abbiano lo stesso salario di prima, le scarpe costino come prima e possano essere più facilmente vendute. A questo punto "lo Stato" può dare 50 lire al fabbricante di scarpe e sono contenti tutti: vignaiolo, fabbricante di scarpe, fabbricante di filtri, operai, acquirenti delle scarpe ed è contenta anche la natura non più inquinata. Ma "lo Stato" deve recuperare le 50 lire aumentando le tasse al vignaiolo, al fabbricante di scarpe, al venditore di filtri, agli operai e agli acquirenti di scarpe, e alla fine sono scontenti tutti.
A meno che, come suggerisce Pigou, le tasse non siano applicate sulla base del reddito e pesino di meno sui redditi minori. La parabola del vignaiolo riflette eventi davanti a tutti noi ogni giorno. I fabbricanti di una merce (diciamo di oggetti di plastica) hanno un legittimo guadagno e assicurano un salario ai loro operai: purtroppo l'aumento della plastica in circolazione fa aumentare la massa dei rifiuti inquinanti e danneggia la salute degli abitanti di un paese. Si può applicare una imposta sugli oggetti di plastica e con il ricavato pagare gli ospedali in cui ricoverare gli ammalati, ma in questo caso gli acquirenti comprano di meno la merce inquinante, diminuiscono i rifiuti e gli ammalati, ma i fabbricanti sono costretti a fabbricare meno plastica e licenziano gli operai. Lo Stato, per assicurare un reddito ai disoccupati (la cassa integrazione), deve aumentare le tasse o diminuire le pensioni e le spese per gli ospedali.
Un altro caso: il consumo di carbone, petrolio, gas naturale e elettricità fa aumentare l'inquinamento atmosferico dovuto all'anidride carbonica che provoca mutamenti climatici e costi; per diminuire queste diseconomie esterne gli stati fanno pagare qualche soldo a chi usa combustibili e elettricità (la cosiddetta "carbon tax") per indurlo a consumarne di meno; i minori danni al clima comportano però minori guadagni per chi vende energia e merci dipendenti dall'energia e per i lavoratori dei relativi settori.
Che fare ? I governi si arrovellano su questi problemi nelle innumerevoli conferenze sul clima: forse farebbero bene a rileggere Pigou per far sì che le diseconomie esterne, sociali e ambientali che ci sono sempre, non ricadano sulle classi meno abbienti e che anche i ricchi paghino.
Etichette: ecologia, economia, sistemi dinamici
giovedì, dicembre 03, 2009
Rapporto Energia Ambiente 2008
posted by Terenzio Longobardi
L’ENEA ha pubblicato sul proprio sito il consueto
Rapporto Energia Ambiente per il 2008 con cui l’ente di ricerca italiano fa il punto sulla situazione energetica italiana e internazionale ed elabora alcuni scenari di riferimento per quanto riguarda i consumi energetici e l’evoluzione delle emissioni dei gas serra. In questa sede non è possibile analizzare nel dettaglio tutte le informazioni contenute nel Rapporto alla cui lettura rimando per eventuali approfondimenti. Mi limito ad evidenziare solo alcuni dei punti che mi appaiono più rilevanti.
1) Mi pare del tutto condivisibile l’analisi sull’evoluzione dei prezzi petroliferi, che riporto integralmente:
“Le cause principali del rialzo dei prezzi petroliferi sono identificate nei seguenti fattori:
- forte crescita della domanda (e aspettative di ulteriore crescita) di beni di consumo quali automobili, mezzi di trasporto privati, elettrodomestici, e di servizi energetici quali trasporto, turismo, riscaldamento, climatizzazione nelle economie emergenti dell’Asia e negli stessi paesi produttori di petrolio;
- esigui margini di capacità produttiva nei paesi OPEC;
- crescente potere di mercato dei paesi OPEC presso cui si concentra l’offerta;
- mancato adeguamento della capacità di raffinazione nei paesi OCSE e in Asia;
- effetti speculativi dovuti alla progressiva finanziarizzazione dei mercati energetici.
La forte domanda appare tuttavia il fattore più influente, come evidenziato dal brusco ripiego dei prezzi in corrispondenza delle aspettative di recessione legate alla crisi economica in atto. Per quanto riguarda l’evoluzione nel lungo periodo, a fronte della parziale attenuazione delle tensioni lato domanda indotta dalla crisi, rimangono fattori di tensione lato offerta. Uno dei problemi principali è l’accessibilità alle riserve a basso costo di estrazione, ormai in larga parte nazionalizzate e concentrate nei paesi OPEC. La disponibilità ad effettuare investimenti con tempi di ritorno medio-lunghi è un ulteriore elemento di incertezza. Il basso corso dei prezzi potrebbe indurre strategie di attesa nell’adeguamento della capacità produttiva sia da parte degli operatori occidentali che in quelli dei paesi OPEC.”

2) Interessante è l’analisi degli effetti della crisi sul sistema energetico ed economico italiano, che mette in rilievo come l’impatto della crisi sia stato particolarmente significativo sull’industria, meno sugli altri settori. In questo grafico viene mostrato come, a differenza di quanto avvenuto nell’industria, nel settore dei trasporti le crisi petrolifere abbiano avuto un impatto più che altro congiunturale, con riduzioni dei consumi in corrispondenza delle impennate del prezzo del petrolio, seguite dalla ripresa del trend crescente di lungo periodo a seguito del ritorno del prezzo del petrolio su valori più contenuti. I dati 2005-2008 sembrano confermare questa elasticità dei consumi dei trasporti al prezzo.
3) Per quanto riguarda l’analisi delle tecnologie energetiche, spicca la “bufala” dei cento anni di uranio ancora disponibile che ho già commentato e, credo, demolito, in
questo articolo.
4) Infine, nel Rapporto sono disponibili i dati provvisori del Ministero S

viluppo Economico sui consumi di energia primaria, che evidenziano per il terzo anno consecutivo un sensibile calo, destinato ancora ad accentuarsi nell’anno 2009 a causa dell’esplodere della crisi economica. Nei grafici allegati, che ho ricavato proprio a partire da questi dati, è rappresentata la domanda di energia primaria in Italia per fonte e per usi. E’ possibile confrontarli con i grafici degli anni precedenti, contenuti

in
quest’altro mio articolo.
Etichette: economia, energia
martedì, dicembre 01, 2009
Davanti a noi, la foresta; dietro di noi, il deserto
posted by di Ugo Bardi
Gilgamesh e Enkidu uccidono Humbaba, il guardiano della foresta dei cedri, in Libano. Gilgamesh poi taglierà i cedri in un processo che si è completamente esaurito solo ai nostri giorni, con la quasi completa distruzione delle foreste libanesi. Per fare qualcosa in proposito, potete aggregarvi alla "causa" di Facebook "All for the reforestation of Lebanon"
La distruzione delle foreste planetarie da parte degli esseri umani è un processo che è iniziato migliaia di anni fa e che sta arrivando al completamento ai nostri tempi. Non ci sono dati quantitativi sull'andamento della deforestazione mondiale, ma è rapido abbastanza da giustificare il titolo de "Il Grande Massacro" all'ultimo capitolo del libro "Deforesting the Earth" di Michael Williams.
Gli alberi sono un'altra risorsa che stiamo sovrasfruttando e che farà la stessa fine del petrolio, delle balene, degli storioni, degli elefanti e di tutto quanto abbiamo distrutto e sterminato con grande efficienza. Per distruggere una foresta, bastano pochi anni - per ricrearla ce ne vogliono migliaia. Dove abbiamo sterminato gli alberi, di solito non rimane che il deserto generato dall'erosione. Tutta la storia umana si può vedere come una corsa verso la foresta, mentre scappiamo dal deserto.
Di questa nostra attivitità come sterminatori di alberi, mi è capitato fra le mani un documento che vorrei passarvi. E' l'antichissima storia di Gilgamesh, eroe sumero di almeno 5000 anni fa. Una delle storie della saga è quando Gilgamesh e Enkidu, il suo amico, uccidono Humbaba, il divino guardiano delle foreste di cedri del Libano e danno inizio al taglio degli alberi. Oggi, il lavoro di Gilgamesh è ampiamente concluso e delle antiche foreste del Libano non rimane che qualche centinaio di alberi. Vista in questi termini, la storia che ci ritorna dalle antiche tavolette di argilla ci suona come l'inizio di una tragedia. Forse, appariva così anche all'antico scriba che ci ha lasciato queste tavolette, dato che mostra una certa simpatia umana per Hubaba, mostro orribile, ma che chiede pietà e al quale la pietà viene rifiutata. Usa anche il termine "uccidere gli alberi", a indicare la brutalità della distruzione della foresta. Da notare anche il dettaglio dell' "abitazione degli Dei" (gli Annunaki) desecrata da Gilgamesh e Enkidu. Che la foresta avesse un suo valore sacro è una cosa che ritroviamo in moltissime culture umane, ma che non è bastata a salvare gli alberi.
Vi passo questo testo senza ulteriori commenti. E preso da "La saga di Gilgames" di Giovanni Pettinato (Mondadori 2004). La tavoletta è frammentaria e la traduzione è incerta. Quindi ho un po' ritoccato e interpolato il testo per renderlo più leggibile - spero che i sumeristi non me ne vogliano, ma credo che l'essenza della cosa sia rimasta.
La Tavoletta di Iscali (EpCl Tav. V)
Enkidu parlò a lui, a Gilgamesh:
"Uccidi Hubaba per i tuoi dei, spargi le sue membra nella steppa"
Gilgamesh diede ascolto alle parole del suo compagno
la spada che pesava otto talenti, l'ascia di dieci talenti egli prese
Con esse avanzò nel bosco.
Dell'abitazione degli Dei egli apri' la tenda
Gilgamesh tagliò i cedri, Enkidu dissotterrò i tronchi.
Enkidu parlo poi a lui, a Gilgamesh:
"Gilgamesh uccidi i cedri!"
prese l'ascia nella sua mano
estrasse la spada dalla sua guaina
Gilgamesh lo colpì alla nuca
Enkidu, il suo amico, lo trafisse al cuore
Al terzo colpo, egli cadde.
Ne nacque un gran trambusto e poi silenzio di morte
Egli aveva ucciso Hubaba, il grande guardiano
A due leghe di distanza, i cedri udirono il tonfo
Aveva ucciso il brigante, il guardiano della foresta,
al cui frastuono tremano Saria e LibanoEtichette: deforestazione
lunedì, novembre 30, 2009
Bradi-economia
posted by Frank Galvagno
Nell'immagine, un bradipo tridattilo. E' ancora più lento del suo cugino-antagonista, il bradipo didattilo (che ha un' "unghia" in meno)
Bradys- : prefisso di origine greca, che indica lentezza. Molto usato nelle scienze naturali e in medicina. Ad esempio: bradipo, bradicardia, bradilalia.
L'economia, in una delle sue molteplici definizioni, è detta scienza delle scarsità*. Ossia, studio della gestione e dei meccanismi di scambio di beni "scarsi". Nel mondo del materiale, praticamente tutto ha un prezzo: che si parli di materie prime, semilavorati, prodotti finiti, macchinari, edifici, infrastrutture, veicoli etc. Assiomaticamente, tutto ha un prezzo perchè tutto è scarso, ossia "finito". Mi vengono in mente ben poche cose che non hanno prezzo: ad esempio, l'aria che respiriamo, e l'acqua di mare. Entro certi limiti che oggi non siamo ancora in grado di superare, possiamo utilizzarle gratuitamente per i nostri bisogni "ordinari", in virtù del fatto che la loro quantità è talmente grande rispetto a tali bisogni, che il problema non si pone. Siamo avvolti dall'aria che respiriamo, e siamo circondati dagli oceani.
Proviamo invece a pensare all'acqua dolce: si tratta di una risorsa estremamente più nobile dell'acqua di mare, in quanto molto più scarsa. Ecco che, allora, a seconda dell'abbondanza o meno in certe zone abbiamo una differenziazione nei prezzi dell'acqua imbottigliata, e nelle tariffe delle aziende-consorzi di gestione dell'acqua.
Il prezzo, a mio modo di vedere, è un "
potenziale aritmetico" associato a una quantità definita di un bene ad un certo tempo, che in caso di trasferimento dello stesso da un proprietario a un altro, deve generare un
cash flow equivalente.
Ora, uno dei meccanismi più "collaudati" e noti dell'economia classica, è senz'altro la "legge della domanda e dell'offerta", che si accorda molto bene con il concetto di "scienza dei beni scarsi". Più un bene è disponibile e accessibile, meno costa. Al limite, non costa nulla. [e a questo limite si sperava di arrivare con l'energia quando nei primi anni '50 cominciavano a diffondersi i reattori nucleari].
Se un bene è scarso, avrà associato un prezzo. Se è molto scarso, il prezzo sarà più alto. Al limite, pochi potranno accedervi. Se la risorsa in gioco è vitale ed è in depletion incontrollata, scoppieranno guerre, più o meno estese, accompagnate da problemi alimentari e sanitari di massa, in un feedback circolare reciproco.
Cercando di "giocare" lontano dai limiti, per non incappare in patologie (che conducono a poco fruttuose utopie, o peggio a disastri, entrambi ampiamente verificati nella storia) : un bene che diventa sempre più scarso, come ad esempio il petrolio, il gas e il legno, vedrà aumentare il prezzo a posteriori. Il problema è proprio questo: se ce ne infischiamo di quello che siamo capaci di fare da un trentennio a questa parte, ossia realizzare previsioni-proiezioni con i modelli dinamici e le serie storiche, continueremo a perseverare con quello che è stato fatto fino allo scorso secolo, il più cruento (o fra i più cruenti) della storia. Ossia, constatare le scarsità e gli overshooting a giochi fatti, quando i sistemi sono nel pieno dell'instabilità.
L'economia classica è tremendamente lenta nella reazione (ad esempio, ma non solo, per mezzo di correzioni sui prezzi) rispetto alla velocità di cambiamento dello stato fisico dei sistemi complessi. Non è escluso che, se aspettiamo evidenti feedback sui prezzi degli idrocarburi, allora la transizione al rinnovabile non potrà avere luogo in modo completo e autosostentante, per cui potrebbe rivelarsi un disperato tentativo verso un qualcosa di fisicamente non più raggiungibile. Una sorta di precipitare in una "buca di potenziale", per dirla nel linguaggio dei chimici-fisici, che sarà troppo profonda per poter essere risalita con i mezzi a disposizione (energia stoccata residua, infrastrutture obsolescenti...). Questo avrebbe effetti devastanti sull'intera civiltà umana.
* con una certa irriverenza, ho definito in più post passati l'economia politica classica come la scienza della comodità e della constatazione
Etichette: collasso, economia, limiti dello sviluppo, sistemi complessi
domenica, novembre 29, 2009
La fine dell'abbondanza
posted by di Ugo Bardi
Una bella foto del "flaring" del gas metano in aria in un pozzo AGIP a Ebocha, in Nigeria, completa di bambini che giocano alla luce della fiamma. Ci sono moltissimi giacimenti troppo lontani da oleodotti dove la difficoltà di trasporto rende poco conveniente sfruttare il gas naturale. Allora, lo si brucia sul posto. Sono le ultime fiammate di un'era di abbondanza che, lentamente, va a chiudersi.
Foto da "Resilience science".Etichette: risorse
venerdì, novembre 27, 2009
Una serata al circolo ARCI; parlando di energia
posted by di Ugo Bardi
Questa è una foto che ho trovato su internet e che non ritrae l'evento di cui vi parlo in questo post. Però, rende abbastanza bene l'idea delle tante conferenze sull'energia che si fanno nei vari circoli in Italia.
Serata di dibattito sull'energia al circolo ARCI dove mi hanno invitato come oratore. Siamo in una piccola frazione di un comune in provincia di Firenze. E' fine estate, la temperatura è mite e il buffet è all'aperto nel cortile. E' stato preparato da alcune signore anziane, c'è arista, bruschetta di pomodoro e crostini toscani - niente male!
Durante la cena, si proietta il film di Al Gore, "Una verità scomoda". Sarà la quinta volta che lo vedo, ma ogni volta ci scopro qualcosa di nuovo. Veramente un bel film di un maestro della comunicazione. Mentre sgranocchio un crostino, l'assessore comunale all'ambiente, che ha organizzato l'incontro, mi saluta e mi dice, "Appena è finito il film, introduco io la serata, poi parlerà un altro oratore e poi lei. Un quarto d'ora o venti minuti ciascuno, poi facciamo il dibattito".
Finisce il film, sono oltre le nove e mezzo e si comincia subito male. L'assessore non sa parlare in pubblico. Si mangia le parole, ripete i concetti, non finisce le frasi che ha cominciato e non arriva mai a una conclusione. Parla di biomasse, geotermico, eolico e fotovoltaico, ma non si capisce se gli vanno bene o no. Sembra una versione in dialetto toscano dell'assessore pasticcione di "Zelig".
Ad ascoltare l'assessore ci sono una quindicina di persone anziane - i giovani che erano venuti al buffet sono subito spariti. I vecchietti guardano l'assessore con aria perplessa. Io chiedo a mia moglie, seduta accanto a me in platea, "ma hai capito cosa ha detto?" "Assolutamente niente," mi risponde lei. Non credo che i vecchietti abbiano capito più di noi.
Sono oltre le dieci quando si passa al primo oratore. Subito alle prime immagini capisco che la faccenda si mette male. Dico a mia moglie "Questo qui parla almeno per tre quarti d'ora". In realtà, sono troppo ottimista. Alla fine avrà parlato per 56 minuti.
Non che l'oratore non sia competente, anzi, dalla sua lunga prolusione sull'isolamento energetico degli edifici imparo due o tre cose che non sapevo prima. Ma l'argomento è tosto e l'effetto è devastante sui vecchietti in platea. Ormai ho imparato che questo tipo di platea è formato da bravissime persone che però non sono in grado nemmeno di leggere un grafico cartesiano - proprio come io non sarei in grado di leggere un testo in cinese. Ma la presentazione di questo signore è tutta basata su grafici e tabelle. Non ho contato esattamente il numero di slide che ha fatto vedere, ma da una stima approssimata sono almeno 70. E' la maledizione del Power Point: una slide tira l'altra.
I vecchietti, poveracci, non ce la fanno proprio. Alcuni rimangono a occhi aperti, ma puntati verso il vuoto. Altri li chiudono proprio, altri ancora si abbattono sulla spalliera della sedia. L'effetto è surreale: possibile che l'oratore non si accorga che sta parlando a una platea di persone addormentate? C'è luce nel cortile e, come lo vedo io che dormono, lo deve vedere anche lui. In più, l'assessore se n'è andato e io stesso mi prendo una pausa per un altro paio di biscotti alle mandorle al buffet. Quando torno, l'oratore sta continuando a parlare imperterrito.
E' una piccola cerimonia religiosa in cui l'oratore sta parlando a delle divinità che solo lui può vedere. O, forse, sta parlando alle sue slide Power Point. Forse è il Power Point che ha acquisito poteri divini. A un certo punto, l'oratore dice - "... e con questo, fra poco ho finito". Non mi frega, ormai lo so che quando dicono "ho quasi finito" non è vero. Mi prendo altri cinque minuti di pausa per fare una passeggiatina. Quando torno, sta ancora parlando e parlerà ancora per almeno altri 10 minuti.
Finalmente, passa l'ultima diapositiva e la presentazione finisce con qualche applauso (presumo di sollievo). Alcuni dei vecchietti si alzano e fanno per andarsene. Quando mi vedono avvicinarsi al palco però, si vede che gli sembra di farmi una scortesia e si rimettono a sedere. A un gruppetto di loro, dico "guardate, lo so che avete sonno, non vi preoccupate; non mi offendo mica se ve ne andate!". Loro mi sorridono e scuotono la testa, come a dire che non hanno sonno e che ci tengono a sentire anche me. Sono veramente delle brave persone.
Così, mi trovo sul palco quando sono ben oltre le undici. Sarei tentato di dire "Grazie ma è troppo tardi per mettersi a disquisire di petrolio. Andiamo tutti a dormire." Ma sarebbe cosa scortese nei riguardi di queste brave persone. Non posso farlo. Però, mi trovo completamente spiazzato: cosa racconto a una platea di persone stanche e insonnolite che sono li' solo a sperare che il tutto finisca presto? Faccio del mio meglio parlando senza diapositive per poco più di 10 minuti (al mio orologio, il totale è 12 minuti). In questo breve tempo, parlo dei prezzi, do dei dati sulla produzione e sui consumi in Italia, racconto delle difficoltà dell'economia. Per tenere svegli i vecchietti, faccio loro delle domande: "Sapete dirmi se nel 2008 in Italia si è consumato più o meno petrolio dell'anno prima?". Scuotono la testa: non lo sapevano che i consumi di carburanti in Italia sono in calo.
Sarà servito a qualcosa? Probabilmente no, ma perlomeno non li ho fatti dormire. Quando concludo, noto anche qualche sorriso. Forse perché gli è piaciuto, più probabilmente perchè ho fatto alla svelta.
Riprende l'assessore dicendo che ora è il momento del dibattito. Però, curiosamente, invece di dare la parola al pubblico, ricomincia lui a parlare ripetendo - mi sembra - esattamente quello che aveva detto nel suo discorso introduttivo, e neanche stavolta si capisce qualcosa. Lo lascio parlare per 14 minuti (cronometrati), al quindicesimo non ce la faccio ulteriormente. Mi alzo, ringrazio pubblicamente tutti e in particolare le signore del buffet, mi scuso ma è un po tardi e devo tornare a casa; che non è vicina. Spero che nessuno si sia offeso, ma era già quasi mezzanotte e penso che abbiano capito.
All'uscita del circolo ARCI, seduti sulla terrazza sul lato opposto di dove si teneva l'incontro, ci sono almeno trenta persone, molti di loro giovani, a bere e a chiaccherare.
Non so se questa piccola storia abbia una morale; penso di no. E' semplicemente un momento della vita di un gruppetto di una ventina di esseri umani su un pianeta dove ce ne sono ormai quasi sette miliardi. Immagino che si parli di energia e di clima anche a Kabul e a Ulan Bator. Non so se se ne parla negli stessi termini e con le stesse modalità che sono in uso nei circoli ARCI della provincia di Firenze; ma di una cosa sono sicuro: se anche a Kabul e Ulan Bator usano il Power Point, fanno gli stessi disastri comunicativi che facciamo noi.
Etichette: comunicazione, energia
giovedì, novembre 26, 2009
L’energia aliena
posted by Frank Galvagno
created by Mirco Rossi
Da quasi vent’anni illustro quel poco che so sui temi dell’energia a studenti e cittadini. Si tratta di un’azione divulgativa verso un target di persone spesso totalmente a digiuno degli argomenti affrontati, molto diverso da quello che si incontra nei convegni o nelle situazioni più “acculturate”.
In queste settimane l’attività si è molto intensificata in relazione alle numerose presentazioni del mio recente libro “ENERGIA E FUTURO – le opportunità del declino”, con notevole incremento degli incontri organizzati durante le ore serali, necessariamente frequentati da un pubblico prevalentemente adulto.
Ancor più che tra gli studenti delle ultime classi delle scuole superiori, in questi contesti si registra la pressoché totale ignoranza dei più basilari concetti indispensabili a comprendere la situazione e le prospettive energetiche. Ma ciò quasi mai rappresenta un particolare problema; anzi, di norma dà origine a una specie di “fascinazione”, a curiosità e interesse durevoli, ben oltre le usuali soglie d’attenzione definite dai manuali di comunicazione.
Risulta piuttosto semplice – almeno al momento - smantellare credenze, illusioni, errori concettuali, false certezze, frutto di ignoranza o di un sistema che fa della “disinformazia” il proprio standard informativo e spesso il proprio obiettivo.
E’ quindi piuttosto frequente incontrare a un certo punto della serata occhi sbarrati, facce attonite, atteggiamenti di disagio, espressioni orfane di punti di riferimento. Il difficile comincia proprio a questo punto, quando le fragilissime basi su cui si posava la tranquillità di molti sono letteralmente “svampate”.
La necessità di ridurre i consumi e incrementare le energie rinnovabili non si presentano certo come strade lastricate di dolciumi e cioccolata, ma – combinate alla scarsa capacità di comprendere in così poco tempo la profondità delle trasformazioni che si renderanno indispensabili! - permettono a molti di ritrovare sufficienti appigli per ricollocarsi in una prospettiva non dico gioiosa o accattivante ma perlomeno non disperante.
Ad alcuni però questa conversione, verso l’accoglimento seppur parziale delle difficoltà di cui vengono a conoscenza, non riesce.
Il miscuglio tra impreparazione, convincimento, paura, confusione, desiderio, sogno, negazionismo, rifiuto della realtà spiacevole, dà luogo alle combinazioni più varie, tutte presto trasformate in granitiche certezze, da cui emergono affermazioni indiscutibili: “Questo è solo catastrofismo”, “Allora sarebbero tutti cretini gli scienziati e i politici che la pensano diversamente”, “L’uomo è sempre riuscito a trovare la soluzione ai problemi e così sarà anche questa volta”, “La scienza non ha limiti. Basta investire e studiare e si troveranno sicuramente nuove energie ora sconosciute”, “Le soluzioni esistono già ma le società petrolifere le tengono nascoste e sequestrate per continuare a fare soldi con il petrolio”, “Tutto sarà risolto dalla fusione nucleare”.
Un florilegio di inconsistenti appigli che solo in parte può essere messo in crisi in quanto oltremodo resistenti proprio per la loro sostanziale infondatezza e irrazionalità.
L’altra sera tuttavia, al termine di quasi tre ore di confronto e con circa una quarantina di persone ancora in sala, un signore è andato oltre, è proprio arrivato al limite.
Per una serie di coincidenze (altri interventi da parte dei presenti a lui contrari, una mia serata particolarmente felice, debolezza del suo convincimento) le due (tra le solite) eccezioni che aveva avanzato erano miseramente crollate. Avrebbe dovuto acconciarsi ad ammettere l’esistenza di qualche serio problema, ma questo probabilmente lo avrebbe messo in gravi difficoltà con il bisogno di mantenere l’equilibrio mentale che evidentemente non poteva rinunciare alle asserite certezze con cui era entrato in sala. Ad un certo punto si alza in piedi e, quasi urlando “Ma c’è l’energia già scoperta dagli alieni. Quella delle astronavi con cui sono giunti sino a noi. Sapete bene anche voi che nelle profondità di Los Alamos gli americani stanno da decenni studiando le astronavi ritrovate nel deserto per scoprirne i segreti. Non lo ammettono ufficialmente ma ci sono migliaia di scienziati che ci lavorano proprio per scoprire di cosa sono fatte e quale energia le fa funzionare. La soluzione esiste, basta poco e poi la faranno conoscere anche a noi, loro alleati.”
Non mi era mai capitato prima. Sembrava una persona assennata, un po’ illusa e forse intimorita dalla necessità di ridisegnare, almeno mentalmente, il suo futuro.
La nuova realtà aveva invece fatto entrare in corto circuito il suo cervello.
Si è riseduto quasi di schianto. Non ho ritenuto opportuno replicare e, come altri dei presenti, mi sono limitato a uno sguardo cercando di dissimulare la “pietas” che provavo per lui.
Etichette: comunicazione
martedì, novembre 24, 2009
Energia eolica di una volta
posted by di Ugo Bardi
Tramonto in Sardegna visto dalla "Caterina Madre", barca storica a vela latina
Quest'anno, a furia di parlare di aquiloni e di
kitegen, ho deciso di rispoverare una vecchia passione, quella per la vela, e di farmi qualche giorno di ferie in Sardegna, dove ho potuto navigare un po' su una barca storica a vela latina e riguadagnare confidenza con il vento e con il modo di sfruttarlo.
Non che io mi consideri un grande esperto di vela, ma qualche esperienza ce l'ho e questa breve navigazione con la vela latina mi ha inspirato qualche riflessione che credo potrete trovare interessante. Una è che mi ha fatto ricordare il fatto che le barche a vela sono piene di oggetti duri e spigolosi che tendono a muoversi rapidamente da un posto all'altro, specialmente quando tira molto vento. Per questo, mentre scrivo, 15 giorni dopo, sono ancora un po' dolorante a una costola che si è scontrata con l'antenna della barca. Ma questo tipo di cose sono ben note a chi va a vela.
Piuttosto, mi ha colpito la differenza di stile e di filosofia della barca a vela latina rispetto a quella più comune a vela triangolare. Il principio di funzionamento è lo stesso; entrambe i tipi di attrezzatura sono basati sulla combinazione di due vele contigue, dette fiocco e randa. Ma in una vela triangolare, quando vai di bolina tutto è teso al limite, vele e scotte. Una vela latina è molto più rilassata; è un altro andare. Più lento, ovviamente, non sarebbe possibile altrimenti dato il peso della barca che, inoltre, non si piega nemmeno lontanamente così tanto come una barca moderna.
La regata delle vele latine dell'Agosto 2009 a Stintino, in Sardegna (foto di Donata Bardi)
Ora, c'è una storia tecnologica della vela che si potrebbe interpretare come di un continuo progresso a partire dalle vele quadre dei nostri remoti antenati, fino alle vele triangolari moderne. In realtà, credo che le cose non siano così semplici e lineari.
Mi sembra probabile che il vero "breakthrough" nella tecnologia della vela è stato la combinazione fiocco e randa, che permette di sfruttare i principi dell'aerodinamica. Su una barca a vela, vi rendete subito conto della differenza fra "lift machine" (l'ala di un aereo) e "drag machine" (un paracadute). La lift machine è molto più efficiente e il trucco della combinazione fiocco/randa è proprio questo: far funzionare la vela come l'ala di un aereo. Se "stringete il vento" andando di bolina o in traverso, è proprio così che la barca viaggia al massimo. Col vento in poppa, le vele si trasformano in grandi paracadute, la barca viaggia, ma molto più lentamente. Il
kitegen, incidentalmente, è una "lift machine".
Fra i vari tipi di velatura che sfruttano il principio della "lift machine" (principalmente latina, aurica e triangolare), non credo che ci sia grandissima differenza. Se ci fate caso, tuttavia, vedrete che la vela latina si sviluppa di più in orizzontale, mentre quella triangolare di più in verticale. La vela latina, fra le altre cose, usa il cosiddetto "spigone" che è quel palo che si protende in avanti dalla prua, proprio per estendere in orizzontale la superficie velica.
Lo spigone della Caterina Madre, con il fiocco ancorato.
Tenere la vela più bassa in altezza vuol dire ridurre il braccio di leva formato dall'albero. Così, a parità di superficie velata, lo sforzo sull'albero è minore, la barca si inclina di meno ed è meno sensibile ai colpi di vento; tutte cose che la rendono più pratica e più sicura. Tutto questo si paga con una minore velocità ma, evidentemente i nostri antenati non avevano tanta fretta.
In altre parole, io credo che i nostri antenati avevano sviluppato un tipo di velatura, quella latina, perfettamente adatta a navigare nel Mediterraneo; anzi ottimizzata per questo scopo. Non erano certamente più ignoranti di noi o più ostili all'innovazione, anzi, erano perfettamente in grado di sperimentare nuovi tipi di velatura. Per esempio, quando Colombo si accorse che le vele latine della "Nina" non erano adatte alla navigazione oceanica, le fece cambiare in rotta in vele quadre. Quindi, molto spesso non è questione di progresso tecnologico ma di adattamento intelligente. Non tutto quello che viene propagandato per "progresso" è necessariamente migliore.
Come è ovvio, in Sardegna ci siamo messi a discutere di equipaggiare i gozzi storici con dei motori elettrici e batterie al litio al posto dei puzzolenti diesel che ormai hanno tutti. Tutto sommato, però, il fascino della vela è tale che parlare di motori di qualsiasi tipo sa leggermente di turpiloquio. Curiosamente, in effetti, sembrerebbe che con il graduale esaurimento del petrolio il futuro non siano motori, ma, piuttosto, lo
skysail, un aquilone che tira la nave, un concetto simile a quello del kitegen. Vedremo allora il ritorno del vento come mezzo di propulsione marina? Molto probabile, ma lo skysail sembra più che altro adatto a navi di una certa dimensione e chissà che per barche piccole non si ritorni alla vela latina?

Barche storiche a vela latina ormeggiate al molo di Stintino, in Sardegna. La Caterina Madre, di proprietà della famiglia Addis, è la seconda da sinistra. Ringrazio Elisabetta Addis e Antonio Segni per avermi dato la possibilità di navigare su una così stupenda barca.
Etichette: energia eolica
lunedì, novembre 23, 2009
E se ci riscaldassimo tutti a legna? (breve trattato per annichilire rapidamente i nostri boschi)
posted by Frank Galvagno
Nell'immaginario collettivo è piuttosto diffusa l'idea che, un giorno, torneremo tutti a riscaldarci con la cara vecchia legna. Questo, soprattutto a causa dell'aumento dei prezzi della bolletta del gas (o del GPL, o del gasolio, con poche differenze), accompagnato anche dalle cattive notizie di "disponibilità strategica" del gas russo che arriva all'Europa via gasdotti che attraversano Stati "politicamente instabili" (uno su tutti, l'Ucraina).
Personalmente, trovo l'idea particolarmente affascinante e pittoresca; questo, da un punto di vista psicologico. Proviamo, invece, ad approcciare il problema sotto una visuale un po' più scientifica.
La domanda è: abbiamo abbastanza legna? Gettando un'occhiata di massima alle riprese aeree televisive domenicali delle trasmissioni dedicate al verde, verrebbe da rispondere affermativamente. In realtà, le cose non sono così semplici. Prendiamo ad esempio una regione come il Piemonte, che non è sicuramente povera di boschi (per rapporto ad altre regioni italiane). L'analisi va però fatta relazionando la superficie boschiva con il n° di persone (meglio: unità abitative) e con il fabbisogno unitario, quest'ultimo legato al grado medio di isolamento termico delle abitazioni. Non solo: occorre considerare un "flusso" legnoso compatibile con la velocità di rinnovamento dei boschi, pena il loro impoverimento (intaccamento della biomassa "capitalizzata") e il rischio reale di overshooting della risorsa.
Bene, questo studio è stato effettuato dall'
IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l'Ambiente), ed è stato presentato in ottobre 2007, in sede di convegno ad Alpi expo. Tra le altre cose, è stato calcolato che la ricrescita in tutto il Piemonte sarebbe sufficiente per il riscaldamento di circa 40.000 abitazioni su
circa 1.700.000 (ipotizzati 100 m2 medi per abitazione). Vale a dire,
meno del 3% delle famiglie piemontesi.
Se ci si volesse ostinare a sostituire "militarmente" gli altri combustibili fossili per riscaldamento con la legna, l'ovvia conseguenza sarebbe il rapido impoverimento dei boschi, con tutti i problemi conseguenti di ricrescita vegetale e di erosione dei suoli.
In realtà,
da questo documento-studio si evince (alla slide "consumi di biomassa solida") che il contributo energetico al riscaldamento in Piemonte è di circa l'11%, circa 4 volte superiore al tasso di ricrescita dei boschi locali.
La realtà è che
abbiamo già iniziato a intaccare il patrimonio boschivo. Molto istruttivo è
questo documento, dove si vede (pag. 35) che il minimo prelievo dai boschi è stato nel 1973, quando il petrolio era a 4,7 $/barile.
La biomassa avrà senz'altro un ruolo importantissimo nel futuro, sia in termini di materia prima per intermedi chimici, che di reservoir energetico per la combustione. Ma un conto è utilizzare un po' di legno per integrare un riscaldamento efficiente durante le due-tre settimane/anno di minimo termico, altro conto è affidarsi interamente alla biomassa come fonte energetica di rimpiazzo per i combustibili fossili, lasciando inalterati i nostri obsoleti (mediamente) impianti di riscaldamento e sistemi di coibentazione.
Come ha ricordato in lista Massimo Ippolito, concettore del Kitegen, riporre grandi speranze in un ciclo energetico a basso EROEI (circa 2,5 per la combustione di biomassa legnosa) potrebbe rivelarsi un boomerang, e potremmo non avere diritto a un secondo lancio.
PS 1: non stiamo qui ad approfondire la "leggera" differenza in termini di polveri emesse nella combustione tra la legna e metano (o il GPL), amplificata in città con abitanti dell'ordine delle centinaia di migliaia di persone
PS 2: ringrazio Massimo Ippolito e Luca Mercalli per l'ispirazione e per il supporto documentale fornito
Etichette: biomasse, EROEI, limiti dello sviluppo
domenica, novembre 22, 2009
La mafia dei negazionisti climatici
posted by di Ugo Bardi

Da che mondo è mondo, ci sono delle tattiche ben collaudate per far tacere i propri avversari. Il primo stadio è sempre quello: far sapere al tuo nemico che lo controlli, che sai quello che fa, che tutto quello che dice ti viene fatto sapere. E' il primo stadio dell'intimidazione mafiosa, quello che prelude poi a metodi fisici; gambizzare il nemico, o semplicemente ammazzarlo e poi buttarlo in una colata di cemento.
L'intimidazione è il metodo che è stato applicato agli scienziati del clima.
Rubare le loro comunicazioni private e diffonderle su internet. Non è solo una cosa illegale e infame, è un messaggio molto chiaro: "state attenti, sappiamo quello che fate e quello che dite". Non importa cosa ci fosse scritto nelle lettere, non importa che non contengano niente di compromettente: nessun ammissione che ci fosse un complotto, nessuna evidenza che gli scienziati fossero pagati da qualcuno come sostengono comunemente i negazionisti climatici. L'importante è il significato stesso dell'atto. Non è violenza fisica, ma è lo stesso; è rubare le tue cose e sparpagliarle in giro: è una dimostrazione di disprezzo.
Come si dice a volte, "quando il gioco si fa duro....". Evidentemente, la questione climatica si sta facendo dura, con l'evidenza del riscaldamento globale ormai chiara per chiunque si prenda la briga di esaminare la situazione. Allo stesso modo, sta diventando ovvia la necessità urgente di prendere provvedimenti che non saranno indolori per le varie lobby, a partire da quella del carbone. Il solo dibattito, evidentemente, non basta più per nascondere l'evidenza. A poche settimane dal vertice di Copenhagen, non è una coincidenza vedere che "i duri cominciano a giocare". A quando la gambizzazione degli scienziati?
Etichette: cambiamento climatico, mafia
venerdì, novembre 20, 2009
Vertice FAO. Il tabù taciuto della sovrappopolazione
posted by Frank Galvagno
Veduta aerea del campo profughi di Al Salam (Darfur settentrionale)
created by Luca Pardi
Leggendo i servizi dei media sul vertice FAO abbiamo appreso quello che sapevamo che potevamo prevedere e avevamo effettivamente previsto. La crisi ha come più importante effetto quello di aumentare il numero di affamati. Tale situazione era
gia stata evidenziata da Ugo Bardi in un recente post su questo blog. Nello stesso breve post Ugo si rammaricava di aver azzeccato la prevista carestia in un precedente contributo.
Ciò che manca nelle analisi è il fattore popolazione o, meglio, sovrappopolazione. Uno dei tabù più persistenti della modernità.
Il problema è infatti tanto la quantità di cibo (estremamente dipendente dalla disponibilità petrolifera e di altre risorse fossili) per sfamare le bocche esistenti, quanto il numero sempre crescente di bocche da sfamare.
Nell'orgia di reprimende e recriminazioni morali e politiche a cui assistiamo manca infatti (a meno di mie sviste) ogni considerazione riguardo al fatto di aver lasciato la popolazione crescere senza freni, con la sola maledetta e benedetta eccezione della Cina. Maledetta per i metodi, benedetta per gli effetti.
Una Santa Alleanza dei chierici delle diverse religioni con i Guru delle Schools of Economics ha forgiato la politica demografica degli ultimi decenni, rimuovendo totalmente il problema della crescita demografica dal dibattito pubblico, e il tema del controllo delle nascite dalle politiche globali. Eppure una Kyoto della sessualità responsabile era stata iniziata, gia in largo ritardo, con la conferenza del Cairo nel 1994 nella quale si era accettata l'idea di diffondere "l'accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva, inclusa la pianificazione familiare. A questo seguì il nulla prodotto dall'opposizione pregiudiziale del Vaticano delle amministrazioni USA dell'era dei Bush (a cui l'interludio Clinton non pose rimedio) e di alcuni paesi islamici.
Le gia limitate e ritardatarie conclusioni della conferenza del Cairo restarono lettera morta sul piano della contraccezione. La contraccezione appunto. Un'insieme di "tecnologie" semplici, molto più semplici di molte che si è inteso trasferire nei paesi poveri, delle quali le donne del terzo e quarto mondo sono a conoscenza, ma delle quali non possono usufruire in un mondo nel quale il maschilismo imperante nega alle madri il diritto di pretendere non più figli, ma di più per i propri figli (cfr Robert Engelmann, More: Population, Nature, and What Women Want).
Tutto il dibattito si svolge da una parte sulla vexata questio della redistribuzione della ricchezza e dall'altra sulla necessità del far ripartire la crescita. E' ovvio, almeno per chi scrive, che l'aspetto redistributivo resti un mandato morale delle nostre società opulente, ma non può essere l'unico e, soprattutto, non può essere subordinato alla improbabile ripartenza della crescita. Ho sentito con le mie orecchie un esponente politico di spicco del centrosinistra affermare che "senza crescita non c'è nulla da redistribuire". Come se la crescita del PIL mondiale da 61 miliardi di dollari a 63 mila miliardi di dollari (una crescita del 3%) fosse la condizione necessaria per metter mano a qualsiasi azione di salvataggio. Oggi un mandato morale altrettanto pressante è quello che ci chiede di permettere alle donne dei paesi a più alta natalità di soddisfare le proprie aspirazioni senza sottostare a condizionamenti ideologici e religiosi.
Le tradizioni locali non aiutano? E' arrivato il momento di dire una volta per tutte che non esiste una sola "tradizione" che valga la pena di essere protetta se determina lo sterminio per fame. E' il momento di rimettere nelle mani delle donne il destino riproduttivo della nostra specie, per amore dei figli sapranno fare meglio di noi maschi, ne sono sicuro.
Lo scambio che si deve indurre a livello globale è tanto semplice quanto fuori dall'agenda delle politiche attuali: i paesi ricchi rinuncino alla propria bulimia consumistica che causa il perdurare della razzia colonialista di risorse, e diano ai paesi poveri la possibilità, tecnicamente semplicissima, di regolare la propria natalità.
Etichette: cultura, demografia, limiti dello sviluppo
mercoledì, novembre 18, 2009
Geoingegneria
posted by Gianni Comoretto
Ogni tanto un'amica mi manda, molto preoccupata, articoli che pesca qua e là in rete. E ultimamente è riuscita a preoccupare molto anche me con questo
bell'articolo che fa il punto su un argomento di cui si comincia a parlare molto,
la possibilità di combattere i cambiamenti climatici facendo qualcosa al clima, con le tecniche chiamate in modo altisonante come
geoingegneria.
In breve. Visto che il riscaldamento globale avanza, nessuno pensa seriamente di ridurre le emissioni ai livelli che servirebbe (almeno del 50%, meglio del 70-80% rispetto ad oggi), l'anidride carbonica rimane in atmosfera per un secolo almeno e quindi anche se si smettesse subito potrebbe non bastare, perché non cercare di lavorare dall'altro lato della questione riducendo di un pelino la quantità di luce che ci proviene dal Sole? Basterebbe aumentare la quantità di luce riflessa dal suolo e dalle nubi dell'1% per controbattere il riscaldamento dovuto ad un raddoppio della CO2 nell'atmosfera. Insomma, si potrebbe continuare ad inquinare per tutto il ventunesimo secolo senza danni. Della cosa se ne parla anche in un breve editoriale sull'ultimo numero di
Le Scienze, e anche
John Holdrane, il consigliere scientifico di Obama ha dichiarato a Gennaio di considerare seriamente questa possibilità.

Fino ad oggi ho visto queste idee con scetticismo, si sa che
alcuni scienziati sono parecchio pazzi, ma la maggior parte del mondo scientifico mi sembrava consapevole della follia di queste proposte. Di recente, anche grazie a questo articolo, ho dovuto ricredermi.
Che la cosa in teoria funzioni lo sappiamo dalle eruzioni vulcaniche. Una grossa eruzione come
quella del Pinatubo del 1991 ha sparso nell'alta atmosfera un bel po' di ceneri e solfati, che hanno leggermente filtrato la luce solare e ridotto la temperatura mondiale di oltre mezzo grado per alcuni anni. Fare altrettanto spargendo composti di zolfo con aerei appositi (
no, le scie di condensa, le cosiddette "scie chimiche", non c'entrano, son troppo basse e han l'effetto opposto) costerebbe una cifra, ma centinaia di volte meno che non ridurre le emissioni.
Oppure si potrebbe
spruzzare acqua da navi apposite, producendo delle nubi bianche riflettenti, come propone il
Copenhagen Consensus, un gruppo di economisti e scienziati diretti da Bjorn Lomborg. O persino mettere in orbita un grosso numero di specchi, per deflettere la luce solare. Altri approcci, come quello di
fertilizzare l'oceano con sali di ferro per aumentare la fotosintesi e quindi la cattura di CO2 da parte delle alghe, sono già stati sperimentati e dimostrati poco efficaci.
Ma gli autori del documento ci richiamano rapidamente alla realtà in un capitolo intitolato "Dalla fantascienza ai fatti". Sappiamo ad esempio che le eruzioni vulcaniche abbassano sì la temperatura, ma riducono anche le precipitazioni, in quanto tendono a spostare le piogge sopra gli oceani. Quindi non moriremmo di caldo ma di sete.
In generale non sappiamo assolutamente cosa succederebbe con le misure proposte, il clima è complicato e abbiamo già pasticciato abbastanza con la CO2. Inoltre la geoingegneria è una strada che una volta intrapresa va seguita senza fermarsi. Le contromisure infatti durano pochi anni, e se si smette di colpo (che so, per una grossa crisi economica) la temperatura aumenterebbe altrettanto di colpo, con effetti catastrofici.
Ma il riscaldamento globale non è il solo problema legato alle emissioni. L'anidride carbonica sciolta in acqua è acida e tende a sciogliere le conchiglie ed i coralli. Già oggi l'acidità dei mari sta mettendo a rischio le barriere coralline, e tutta la gente che vive grazie a loro (per non parlare degli ecosistemi). Acque più acide favoriscono la creazione di zone anossiche, cioè con concentrazioni di ossigeno insufficienti a farci vivere i pesci. Naturalmente far nuvole artificiali non risolve questi problemi.
Il fatto che certe cose siano possibili, e potenzialmente non troppo care, crea grossi rischi. Una grossa nazione può decidere di intraprendere misure di geoingegneria. Per avere vantaggi locali, come limitare l'aumento di temperatura sul proprio territorio, a scapito di svantaggi globali. Oppure per motivi politici (
"stiamo facendo qualcosa per il clima senza uccidere lo sviluppo"). Grosse compagnie possono essere tentate di vendere crediti di emissione derivati da operazioni di geoingegneria. E comunque di fronte ad una catastrofe planetaria imminente, dovuta a qualche ulteriore decennio di inazione, si può essere davvero disposti a tutto.
E siccome sappiamo ancora molto poco, sia sugli effetti di queste misure che su come regolarne un eventuale uso (anche solo per evitare che comunque qualcuno lo faccia), sarebbe in effetti meglio cominciare a ragionarci. E nel frattempo non cadere nella trappola di pensare ad una soluzione tecnologica del riscaldamento globale, la cosa da fare
comunque per evitarlo è tagliare le emissioni.
L'articolo a questo punto però arriva a conclusioni opposte alle mie. Di fronte alla minaccia di superare il
tipping point, la situazione in cui i cambiamenti climatici vanno avanti per conto loro, anche la geoingegneria diventa per gli autori un'opzione. Meglio farlo in modo controllato, sapendo cosa si sta facendo grazie ad esperimenti svolti su piccola scala, che improvvisare all'ultimo momento, presi dalla disperazione. Meglio coordinare gli sforzi a livello mondiale che lasciare l'iniziativa al primo che arriva. Meglio studiare e stabilire i limiti di questi metodi, dimostrando che non funzionano, che lasciare la speranza di poterli utilizzare in futuro.
Io francamente continuo ad essere molto più preoccupato di quello che possiamo pasticciare anche solo con qualche esperimento di geoingegneria in grande stile. E ho il forte sospetto che nessun esperimento possa davvero dirci cosa succederebbe in un uso reale di queste tecniche. Infine sono stra-convinto che anche se queste cose non funzionano il solo fatto di prenderle in considerazione giustificherebbe l'inazione sul fronte del controllo delle emissioni.
Ma non sono più così confidente che non ci sia qualcuno abbastanza pazzo da provare davvero a
cambiare il clima.
Etichette: cambiamento climatico, geoingegneria
martedì, novembre 17, 2009
Eppur si muove
posted by Terenzio Longobardi

La storia dell’Alta Velocità ferroviaria in Italia è il paradigma dell’inefficienza del paese e uno dei simboli dell’arretratezza del nostro sistema decisionale, politico e amministrativo. C’è voluto circa cinque volte il tempo necessario nel resto d’Europa per completare l’opera, spendendo il 500% in più. Un vero scandalo amministrativo che gli organi nazionali di controllo dovrebbero indagare, punendo pesantemente i responsabili. Ma temo che, come quasi sempre avviene nel nostro paese, anche questa volta i colpevoli resteranno impuniti. A chi volesse approfondire la storia e i motivi di queste nefandezze, consiglio la lettura di
questo documento.
Detto questo, bisogna però prendere atto con soddisfazione che i lavori della tratta strategica Torino – Milano – Bologna – Firenze – Roma – Napoli sono sostanzialmente conclusi e, come annunciato dall’Amministratore Delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti, dal prossimo 13 Dicembre sarà possibile, grazie all’apertura degli ultimi tratti mancanti, Torino – Novara, la galleria Firenze – Bologna, Gricignano – Napoli, viaggiare con i treni ad Alta Velocità sull’intero percorso, con tempi nettamente competitivi rispetto agli altri mezzi di trasporto. In particolare, sarà possibile trasferirsi da Roma a Milano in meno di tre ore. Le Ferrovie già detengono sulla tratta incompleta circa il 50% degli spostamenti, ma sapendo che su di essa si concentra il 70% del traffico aereo nazionale, è facile prevedere, sulla scorta di tutte le esperienze realizzate in Europa, un’ulteriore sottrazione di quote di mercato a questo modo di trasporto estremamente inquinante.
E, giustamente, le Ferrovie si apprestano a sostenere la competizione, mettendo in evidenza i vantaggi anche ambientali del trasporto su ferro rispetto alle altre modalità. Sul sito dell’Azienda italiana, è disponibile un
documento che mette bene in evidenza questo raffronto estremamente positivo in termini di consumi energetici, emissioni di gas serra e inquinamento atmosferico. Sempre sullo stesso sito, è poi disponibile un’interessante
applicazione di facile utilizzo, denominata Eco-passenger, che consente di confrontare (inserendo le città di partenza ed arrivo) per gli aerei, le automobili e i treni del trasporto passeggeri in Europa, il consumo di energia, le emissioni di CO2 e le emissioni in atmosfera di gas di scarico, utilizzando i migliori dati disponibili per le diverse modalità di trasporto e coprendo gran parte dei paesi Europei. Eco-passenger è stato sviluppato in collaborazione tra l'UIC (Unione Internazionale delle Ferrovie), i suoi membri europei, IFEU (l’Istituto tedesco per l'Ambiente e l'Energia) e IVEmbH (sistema di routing e software). E’ poi disponibile (in inglese) un report sulla metodologia di calcolo che considera, in un’ottica di “analisi del ciclo di vita” le emissioni derivanti dal consumo cumulativo di energia, includendo anche l'energia utilizzata per produrre l’elettricità o il combustibile, in una prospettiva "dalla sorgente alla ruota".
Se alle positive novità descritte in precedenza, aggiungiamo anche il fatto che,
come da me scritto qualche tempo fa, sulla linea dell’Alta Velocità si attuerà dal 2011 un processo di liberalizzazione del settore con l’ingresso di una nuova compagnia ferroviaria, NTV, partecipata da alcuni industriali italiani e dalla società nazionale dei trasporti francesi, che farà concorrenza alla compagnia di bandiera, le prospettive per il nostro disastrato sistema di trasporto su ferro si annunciano migliori.
Rimane da risolvere il grosso problema del servizio sulle altre tratte ferroviarie, attualmente molto scadente, soprattutto nei collegamenti tra le aree urbane. Però, anche grazie all’entrata in funzione dell’Alta Velocità, questi problemi potranno essere risolti. Le linee liberate dal traffico di lunga percorrenza, potrebbero essere riconvertite, anche qui attraverso un processo di liberalizzazione, al trasporto rapido di massa, utilizzando i moderni mezzi tranviari che possono percorrere indifferentemente sia i binari ferroviari, che quelli stradali all’interno delle città. Per approfondire questa tematica potete leggere i riferimenti contenuti nel mio articolo di qualche giorno fa
“Lo spreco di risorse del trasporto pubblico locale”. E anche nel trasporto delle merci, le vecchie linee ferroviarie potrebbero essere parzialmente convertite a questo segmento strategico di mercato.
Etichette: trasporti
lunedì, novembre 16, 2009
Fichi e lambrette
posted by Frank Galvagno
created by Luca Pardi
Molti anni fa, ero un ragazzo meno che ventenne, avevo una lambretta. Non mi chiedete il modello perché non me lo ricordo. Anche se ne ho sempre fatto uso per spostarmi, non ho mai contratto il feticismo mistico di alcuni miei amici di allora. So solo che era una lambretta verde pisello, e andava abbastanza bene. Una notte di settembre, guidando quella lambretta in una località fra Porto Santo Stefano e Orbetello, caddi. Seguivo un mio amico, anche lui in moto, lo vidi entrare in una curva abbastanza stretta, ma che conoscevamo benissimo, sbandare un paio di volte e riprendersi, il tempo perché io andassi sdraiato sull’asfalto sbattendo la faccia in terra, avevo il casco, ma non era integrale. Non mi feci altro che qualche graffio sullo zigomo sinistro e un ematoma all’occhio dalla stessa parte. Una ferita da sfoggiare con le ragazze i giorni successivi.
La sbandata di Luciano (il mio amico) e la mia caduta erano dovute all’asfalto reso viscido in quel punto e in quel periodo, da un fico che scaricava i suoi frutti maturi sulla strada sottostante (lo so che i fichi non sono frutti, ma infiorescenze, ma uno mica può dire che il fico scaricava le sue infiorescenze, … scienziati si, ma insomma). Seppi poi che in quello stesso punto altri motociclisti erano caduti e di li a poco un’ordinanza del comune impose al proprietario del terreno che ospitava il fico di tagliarlo. Era un fico molto grande e molto vecchio. In maremma le chiamano ficaie.
Personalmente non ho mai portato rancore a quel fico e mi dispiacque quando l’anno dopo constatai che era stato eliminato. Lo rispettavo. Non sarei mai più rientrato in quella curva in una sera di tarda estate con la stessa velocità e pendenza, anche se il fico, ormai non c’era più.
Ho visto tagliare alberi lungo le strade perché avevano provocato incidenti. Ho visto i volantini di comitati per l’abbattimento dei pini che costeggiano una strada provinciale in provincia di Pisa perché troppi erano gli incidenti mortali. Ho sentito che la famiglia di un giovane vittima di un incidente aveva motoseghe alla mano, abbattuto per “vendetta” l’albero (di cui non ricordo la specie) contro cui il ragazzo era andato a sbattere.
Ho visto anche un singolare cartello stradale di pericolo in cui è scritto “attenzione alberi fuori sagoma”. Cosa può essere, signori, un albero fuori sagoma? Quale standard di sagoma ha in mente l’estensore di quel cartello? Quegli alberi “fuori sagoma” sono il doppio filare di platani che costeggia ambo i lati della provinciale che da Porta a Lucca a Pisa arriva a San Giuliano Terme. Quei platani c’erano già quando i miei genitori vivevano a Pisa prima della guerra (la seconda), mia zia si ricorda di quel viale percorso a piedi controcorrente in un flusso di sfollati che fuggivano da Pisa bombardata, mentre lei andava a cercare i suoi in città. Allora i platani non erano “fuori sagoma”. La gente si muoveva in bicicletta, o con i barrocci a mano.
Non la voglio fare lunga. Ho vissuto, visto e sentito raccontare tutte queste cose di alberi “incriminati”, ma non ho mai sentito parlare di un comitato di cittadini, che dopo un morto contro un albero, invece che contro gli alberi, si mobilitasse per la limitazione della potenza delle auto. Non so voi!
Etichette: limiti dello sviluppo, psicologia
sabato, novembre 14, 2009
Grazie, uomo-inceneritore!
posted by di Ugo Bardi

"Metterò fine al tuo malvagio piano di riciclaggio, Dr. Nemico, ora!"
"Grazie, uomo-inceneritore, grazie!"
"Sei arrivato appena in tempo!"
"Per un attimo abbiamo pensato di dover cambiare stile di vita."
(immagine da http://polyp.org.uk/environmental_cartoons/cartoons_about_environmental_issues.html)Etichette: inceneritori, rifiuti
venerdì, novembre 13, 2009
Quando il prezzo del petrolio è un’opinione
posted by Frank Galvagno
created by Matteo Terrevazzi
Il caso ha voluto che uscissero ad un solo giorno di distanza, ma al di là della vicinanza temporale i due rapporti non hanno molto altro in comune. Da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico, il 28 e 29 luglio 2009, prima la FSA (Financial Services Authority) inglese e poi la CFTC (Commodity Futures Trading Commission) statunitense hanno presentato un report sulla situazione del mercato petrolifero. E i risultati sono stati esattamente opposti. Lo studio inglese conclude che “non si è riscontrata nessuna evidenza sul fatto che gli speculatori siano stati i responsabili delle recenti fluttuazioni del prezzo del petrolio”, ma che, in realtà, “l’alta volatilità e l’incremento del prezzo abbiano più a che fare con l’incertezza dei mercati sulle aspettative di crescita economica che con la speculazione”.
Speculatori sani e salvi, quindi.
Peccato, però, che i colleghi statunitensi della CFTC, commissione che da pochi mesi ha avuto un cambio al vertice seguendo i colori della presidenza - da repubblicana a democratica, abbiano incoraggiato il Governo americano a “considerare seriamente” di intraprendere la strada di una “rigorosa limitazione alle attività di trading puramente finanziarie nel mercato del petrolio, del gas naturale e degli altri prodotti energetici”. Secondo Gary Gensler, il presidente della commissione, i responsabili del forte incremento della volatilità nel mercato energetico sono stati gli index funds, fondi scambiati come azioni che permettono agli investitori di scommettere sul rialzo del prezzo dell’energia. Queste conclusioni, tra l’altro, confliggono con quelle dell’ultimo rapporto della stessa CFTC dello scorso anno quando, sotto l’egida repubblicana, si era affermato che “i movimenti di prezzo sono principalmente guidati dai fondamentali di domanda e offerta” e che nei mercati in cui gli speculatori non operano – ad esempio quello della cipolla (sic!) – le oscillazioni dei prezzi sono molto più violente ed ampie.
Un’analisi del Wall Street Journal del 30 luglio propone una lettura interessante: in realtà indicare gli speculatori come i responsabili del rialzo del prezzo del petrolio “assolve” gli errori politici nel contrastarlo; insomma, se i responsabili sono gli index funds, rimangono impuniti sia la FED sia la generosa amministrazione Obama che hanno largamente concesso liquidità al sistema e, di conseguenza, fornito agli speculatori i mezzi per operare anche sul mercato energetico. D’altra parte, la CFTC ora vorrebbe mettere pressione sul Governo per correre ai ripari: a fine settembre, in occasione di un rapporto nuovo e migliore sulla vicenda, chiederà al Parlamento americano di introdurre una maggiore regolamentazione sugli swap dealer e una migliore vigilanza sugli oscuri mercati over-the-counter. In particolare, si vorrebbe porre una barriera al numero di contratti futures in essere detenuti dagli operatori non-commerciali e stabilire nuovi limiti alle principali banche, come JPMorgan Chase e Goldman Sachs, che sono i principali operatori sul mercato energetico e sono stati classificati come “commerciali” per l’attività di supporto che forniscono alle compagnie petrolifere.
Quello che propongono gli inglesi è, ancora una volta, esattamente l’opposto: l’FSA non ritiene che limitare la dimensione delle posizioni finanziarie possa portare alcun beneficio al mercato. Queste conclusioni contraddicono quanto ha recentemente auspicato il Primo Ministro Gordon Brown, secondo cui gli alti prezzi del petrolio sono collegati ad una speculazione finanziaria “ingiusta”, che merita di essere punita.
Anche nel recente dibattito della letteratura economica si assiste ad una divergenza di venute particolarmente radicale: gli economisti di matrice liberista portano evidenze sul fatto che la speculazione aiuta il prezzo a convergere più velocemente verso il valore “fondamentale”, pertanto servirebbe “più speculazione”, non meno, e qualsiasi tentativo di porre un freno ai prezzi distorce i meccanismi del mercato, mentre altri, tra cui Alberto Clò, auspicano una migliore vigilanza sulle attività finanziarie ed un’approfondita classificazione degli operatori, specialmente di quelli che operano al di fuori del mercato statunitense.
In conclusione, il mercato del petrolio non sembra smentirsi, ancora una volta, rimanendo quello che è sempre stato a partire dagli shock petroliferi degli anni ’70: un fumoso calderone ribollente di opinioni discordanti, impegnate nel vano tentativo di mettere a fuoco la verità o, più semplicemente, di supportare le convinzioni politiche del potente di turno.
Bibliografia
The Politics of “Speculation”, The Wall Street Journal, 30/07/2009
Andrews Edmund, US regulator favors limits on oil and gas futures trades, Herald Tribune, 30/07/2009
Fiano Andrea, Stop alla speculazione sul petrolio, Milano Finanza, 29/07/2009
Macdonald A. & Cui C., Speculators Cleared in UK Oil Volatility, The Wall Street Journal, 28/07/2009
Toriello Marco, Speculatori in azione ma in Italia il sistema non va, Il Mattino, 05/08/2009
Etichette: economia, petrolio
giovedì, novembre 12, 2009
Purtroppo, i negazionisti climatici continuano ad avere torto
posted by di Ugo Bardi
In fondo, tutti vorremmo sperare che i negazionisti climatici avessero ragione. Se per caso venisse fuori che, veramente, è stato tutto un abbaglio, che il clima non sta cambiando così velocemente come sembra o che, perlomeno, l’uomo non c’entra nulla… beh, sarebbe come risvegliarsi da un incubo. Sarebbe un sollievo come quando ti svegli e ti accorgi che il mostro che ti stava rincorrendo non è un mostro vero ma qualcosa che è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Sarebbe bello, no?
Scafetta
è un ricercatore della Duke University, una persona con un curriculum scientifico a tutta prova e che pubblica su riviste scientifiche internazionali. Insomma, non è il solito negazionista che ti trovi davanti e che ti spiega che il riscaldamento è tutta colpa del sole dato che “anche Plutone si scalda” (non è un invenzione, è capitato davvero…).
In verità, Scafetta sostiene qualcosa di simile, ovvero che è il sole che causa il cambiamento climatico ma non ti parla di Plutone. Piuttosto fa un’analisi dei dati dell’irradiazione solare che lo porta a quantificare l’effetto del sole come circa due terzi del riscaldamento osservato e non
meno del 10% come la maggior parte dei climatologi ritiene. Su questa base, Scafetta sostiene che il riscaldamento dovrebbe arrestarsi perlomeno fino al 2030, in corrispondenza con una fase di minimo dell’attività solare, e ripartire soltanto dopo quella data. Se Scafetta avesse ragione, non sarebbe tanto critico ridurre le emissioni di biossido di carbonio (CO
2) e avremmo più tempo per reagire al cambiamento climatico. Sarebbe bello, vero?
Ahimè, dopo aver studiato per un po’ la questione bisogna concludere che, purtroppo, i negazionisti climatici continuano ad avere torto. In questo post e nei prossimi cercheremo di spiegarvi perché.
Etichette: riscaldamento globale
